Lost in Translation

Capita a volte di sentirsi dispersi, totalmente dispersi.

Succede sovente nei lunghi autunni piovosi quando l’estate diventa un ricordo colorito che sfuma in mille tonalità nella nostra memoria, mentre il cielo blu inizia ad opprimere sempre più i tramonti caldi e morenti. Forse non è necessariamente una sensazione legata al freddo o all’oscurità o al silenzio che si diffonde, forse è uno stato, effimero e palpabile allo stesso tempo, dell’animo umano.

Capita, certi giorni, di affacciarsi alla finestra e non riconoscere i luoghi come familiari, vedere il mondo alienato nella sua routine, e sentirsi un punto distante, molto distante, nel vuoto dell’universo, come fossimo spettatori di un film più volte visto ma di cui non si ricorda alcuna parola. E capita, certi giorni, di entrare in questo stadio di sofferenza con il proprio presente, con il proprio ego, e con il proprio mondo, soverchiato da una monotonia che costringe a riflettere su tutta la vita trascorsa. Forse, come nel film “Lost In Translation“,  sono anche io uno spettatore distratto di un mondo che non mi appartiene e che non appartiene a nessuno, semplicemente c’è…

Esso vive di regole proprie, con ritmi spesso opprimenti, con colori che fluiscono dal grigio veleno all’indaco silente, senza mai interrompere il fascino e la maledizione che in qualche modo esercita. Ed è questo stesso mondo a sbatterci fuori dal suo rigido sistema, lasciandoci come variabili sperdute in un grande programma, senza scopo, senza utilità.

Sono questi momenti eterni, in cui si viaggia senza avere alcuna meta. Si raggiunge un aeroporto, vero o immaginario, pieno di gente sconosciuta, vetri lucidi, segnalazioni elettroniche, hostess in ritardo, uomini con la cravatta che odora di tabacco, cellulari all’orecchio di gente che chiama taxi, signore col cappello che richiamano ragazzini, e persone appisolate sulle sedie, e tutto questo nell’indifferenza reciproca. In quel contesto ci si siede, si guarda dalla finestra il tramonto, e si capisce in quel momento di essere stati travolti dallo stesso sistema che per anni è stato difeso. Esiliati senza alcun “documento scritto”, emarginati senza alcun convenevole arrivederci.

Airport Sunset

Ed eccomi qui, con la mano sinistra che afferra stretta la maniglia di una valigia e la destra che dissimula appartenenza a questo mondo, mentre trattiene debolmente un cellulare. Guardando fuori, tra aerei e lontani paesaggi, non vedo la realtà ordinaria, ma cerco pittosto nel riflesso del vetro lucido la persona che ero, l’anima che ho perduto, e afflitto dall’inutilità del tentativo, resta ciò che sono ora, il nessuno nel mondo e nel tempo.

Sperduti in un rincorrersi di eventi meccanici ormai agiamo per volontà altrui, rincorrendo come sudditi dementi le tecnologie alla moda e l’abbaglio dell’esistenza viziata nel lusso concepito dagli spot, o la ricerca del luogo perfetto sempre al di fuori del nostro contesto, o l’ignorare pigramente il succedersi di eventi eclatanti solo perchè stanno, forse, dall’altra parte dello schermo; un click e si passa oltre.

Perduti e abbandonati a noi stessi trascuriamo da anni, oramai, “tutto il resto”. E qui, mentre vedo la mia immagine riflessa nell’ignoto, scorgo il grande errore umano, dove ognuno perde un pò di sè stesso, della propria creatività, del proprio orgoglio di essere vivente, ed infine…come se non bastasse, del proprio sentimento più speciale: l’amore verso il prossimo.

_Lord Hol Napult_