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Archive for the ‘ eternità ’ Category

(Play audio for full immersion reading)

All’inizio è solo distrazione. Non vuoi ammettere di essere proiettato verso una realtà che ti stravolgerà l’esistenza e pur sapendo che sarà un esperienza indimenticabile, cerchi solo di non pensarci troppo.

Pensare in realtà significa farsi prendere un po’ dal panico. Il panico naturale e ribollente che si assapora prima di avere un figlio.

Passa qualche giorno, qualche mese, e inizi ad affrontare la cosa cercando conforto nella moglie (o compagna che sia). Qualche libro, per curiosità ed anche per sopprimere l’ansia, lo leggi. Cose del tipo, essere mamma, diventare mamma, la salute del bambino… parole chiave di un mondo che non ti è appartenuto fino ad oggi.

Arrivano i primi esami “di verifica”. Oramai siamo piuttosto avanti con l’età e le statistiche, bastarde e infide, minacciano la tua stabilità interna con annunci sui mille problemi che un nascituro può avere, genetici, mentali, di postura, di costituzione, di pelle. In TV ti vengono proposte tutte le forme di vita umane con stranezze e gravi problemi ormonali. Speri che non tocchi a te, ma in realtà speri che nonostante quelle persone risultino perfettamente capaci di amare e sorridere, quello che non saprai affrontare è l’enorme spesa economica e di tempo che una complicazione richiede. Il mondo in cui viviamo, se è stato a misura d’uomo per qualche tempo, beh.. ora non lo è più, e la sensazione di schiavitù sociale dovuta a tasse opprimenti e servizi scadenti, assistenza zero… è troppo.

I pensieri di una sola sera non possono essere sufficienti per gli esami “di verifica”. Con la clausola del fatto che si tratti di solo “screening” e quindi mai una certezza o un dato reale. “Reale”… “Neo, definiscimi la realtà…”. “No Morpheus, non questa sera!”.

Si avvicina il periodo e tutto sembra comunque andare bene. Ma la notte non è più tranquilla. La notte non è più una notte di quelle spensierate e giovanili, quando di preoccupazioni non ce n’erano, e si poteva ascoltare il canto dei grilli seduti in terrazza al fresco della luna.

Il B-Test, ennesimo parto della società moderna, è andato male; se non fosse per il fatto che in fondo al calcolo semi diagnostico c’e’ un moltiplicatore che aumenta il rischio in base all’età. E’ come prendere 6 al compito, ma se avete più di 37 anni il vostro voto si dimezza. Chi non riesce ad interpretare bene questo fattore sprofonda nel panico, un panico da cui si risolleverà semplicemente con ulteriori esami molto più costosi e rischiosi, come l’harmony test o peggio, l’amniocentesi, un esame che pone un rischio teorico come quello del B-Test in un rischio REALE di aborto del 2%. Roba da pazzi, è come se chiedessimo ad un ceco di indicarci quando attraversare la strada.

Perse anche quelle notti, dove la donna presa dalle sue fatiche e afflitta da queste ansie capitola senza pietà in tutti i timori e le paure dell’universo, l’universo stesso ci introduce in un transito silenzioso, illusorio, esagitato. Un periodo che ricordo vagamente perché applica la ebbra magia dell’attesa di una burrasca. Nessuno dice nulla nel mese pre parto. E’ come vivere dentro una bolla d’aria che vaga nel profondo dell’oceano, alla ricerca di una riva, o di un luogo dove riemergere.

Arriva il mese del parto. Qualche complicanza che oserei dire naturale ci porta anzitempo presso gli ospedali. Ah, gli ospedali… nel 2017 sono un costrutto perfetto della situazione sanitaria attuale. Meno parti cesari hanno e più prestigio hanno. Meno personale anno, e più introiti fanno. Parliamo con qualche infermiera e ci confessa la sua nona o decima ora di lavoro… ci mostrano l’area parto e notiamo che sono poltrone super accessoriate, ma circondate da cassetti. La sala è quindi magazzino, luogo di gestazione, e una sedia per coloro che attendono. C’è tutto comunque, ma non c’è la tranquillità di chi ascolta. Solo ansia, un ansia perenne che stanca il fisico e disturba il sonno. C’è anche felicità, ma sono rari barlumi di quando sarà tutto finito, o iniziato.

Infine ci sono io, il raccordo perfetto che compensa ogni negligenza della sanità nazionale; dai pasti senza acqua, ai capi di abbigliamento di ricambio, al supporto affettivo, psicologico, morale, fisico, integrativo per ottenere assistenza quando il personale è sparpagliato per la corsia, e molto altro.

Si arriva alla settimana clue. La prima settimana di questo tipo per coloro che hanno il primo figlio. Ricordo ore ed ore a guardare la parete, chiedendomi quando fosse l’ora giusta, e come sarebbe stato dopo. Esploro senza ostacoli tutta la corsia, anche se l’aria da ospite indesiderato che si ha in quei posti è omnipresente. Ci fosse almeno un parroco con cui chiacchierare. Al massimo un estracomunitario che non parla la mia lingua, e che comunque è già circondato da bambini e impegnato abbastanza a gestirli. Poi un albanese, uno zingaro, un nero, un cinese, ed infine un abitante delle pianure del posto… accidenti, sembrano tutti cosi distanti da me.

Il cellulare, vero incubo e grazia dell’era contemporanea, diviene una condanna. Parenti e familiari che raramente sentivi prima ti chiamano ora, con diritto, ad ogni momento della giornata. Tante telefonate, tanti pensieri, tante idee che cercano di compensare antichi traumi e difficoltà passate, per evitare che altri le rivivano. Ma per me non c’è questa cortesia; sono e rimango lo strumento di conciliazione delle paure del mondo verso le direzioni intraprese da altri, e parzialmente anche da me.

Rifocalizzo. Si arriva al giorno vero, quello del parto, un giorno a cui si arriva comunque e inevitabilmente stanchi morti. Ma riposeremo solo quando saremo morti! Te ne stai per tornare a casa dopo una giornata di lavoro, un lavoro che ti sei ostinato di portare avanti per distoglierti dai pensieri e perché le precedenti veglie non avevano portato a nulla. Ma alla sera di quel fine settimana, nella stanchezza finale, le “acque si rompono”.

Donne inesperte tanto quanto i mariti si allarmano. Ora! Ora! No cari, forse, se vi va bene, tra quattro o cinque ore. Ce lo spiega l’infermiera notturna in modo non esplicito. L’ideale durante l’agitazione… altri messaggi suggeriti subliminalmente e avrei potuto fare una strage dal nervoso.

Brutto approccio, lo riconosco, ma nel giro di un ora la donna inizia a delirare e la situazione tracolla. Partono comportamenti inaspettati e ingestibili, incoscienza, dolori lancinanti, monitoring forzato del bambino da contorno, e un generale caos. Si chiama agitati l’ostetrica. Questa assiste un po’, e poi si ritira. Se ne va. Non era cosi che me l’ero immaginato. In un ospedale comunque ci si abitua ad essere abbandonati. Ci vediamo tra un quarto d’ora dicono, e se ne vanno per un ora. Ridicoli. Date informazioni corrette e fate il vostro dovere… ditemi un ora che almeno non penso per 45 minuti dove “c****o” possa essere la persona.

Passano altre ore, sempre più difficili, un crescendo. Non si dorme, si urla. Dolori lancinanti ai reni e alla schiena, altro delirio incontrollabile dalla donna. Nel mio non so esattamente cosa fare, e vado a cercare il personale. Arrivano, vedono, controllano il monitoring, dicono quattro parole che ignoro, forse perché del tutto di circostanza. E se ne vanno. Di nuovo.

Ci caliamo nella notte da soli. In due contro l’universo, in attesa del terzo. Forse la famiglia nasce in quell’esatto momento, quando la moglie non risponde più di sé, il bambino scalcia tra il sangue e i tessuti rotti del ventre, ed il padre osserva e vigila nel limite delle sue possibilità, come un corvo sul ramo più alto di un albero ormai secco. Bisogna attendere. Attendere mentre tutto sembra cadere a pezzi… spiritualmente.

Ora il delirio assume forma e spirito, davvero lancinanti e sgraziati. Mi stordisce. Leggermente Allarmati sbucano dal nulla e ci trasferiscono dalla branda buia alla sala parto. Incredibilmente vediamo la moglie, mai a senno in quegli attimi, camminare fino alla sala. Difficoltosamente sì, ma non c’era d’aspettarselo.

Entro anche io, per ultimo, sono il corvo, sono lo scudiero, o che diavolo sono non lo so. In realtà quelle sono le porte dell’inferno. Se vuoi strappare una vita, è li che devi entrare. Non saprai come uscirai, se uscirai, se non ti perderai dallo sconforto li dentro. Quello è l’inferno di chi ruba dal sangue della terra una creatura. Se la vuoi dovrai lottare, assieme alla tua moglie, e dovrete spargere sangue e sudore, combattere, e sperare di vincere.

Niente da fare. La moglie vacilla i suoi ultimi attimi di energia e causa stanchezza inizia ad urlare. Un delirio placato solo da un’anestetista. Questo figuro che compare solo a metà della bolgia, ha lo sguardo freddo e triste dell’assassino professionista. Infila aghi, infila cateteri, salda con adesivi, ed infine inietta la sostanza stordente. In quell’esatto momento la natura che giocava alla guerra con le persone viene privata del campo di gioco. Ma si tiene con sé la creatura. Non ci sono sconti per chi utilizza le scorciatoie dell’alchimia. Madre Natura indignata si ritira dal campo e minaccia.. torna quando sarai pronto.

Per me questo rappresenta un momento di sollievo. Le urla si annacquano e si respira un attimo di calma. Solo dopo mi accorgo che non era la direzione giusta, e che nelle due ore successive gli sforzi non varranno nulla per vedere la creatura… e le ore passano, inesorabili, lente, inconcludenti. L’effetto dolore ritorna, le urla ritornano, ma la stanchezza non permette più alcuno sforzo.

Ricompare l’anestetista, lo sguardo amareggiato di chi ha già dato troppo. Ed infatti l’ennesima dose rilancia l’attesa di altre ore.. lunghe.. e inutili. Arriva l’alba.

Nessuno ha riposato. Le preoccupazioni, la stanchezza, e il dolore invece si sono accumulati. Un bilico in attesa di tracollo. Giro di personale nell’ospedale. Altre 2 ore di tentativi forzati su creature che hanno dato ormai tutto il possibile. Altre due ore di stanchezza e affanni… inutili!

Ti chiedi se è davvero così che doveva andare. Il cesareo era precluso, infatti si vedeva la testa del piccolo, li, proprio li, a pochi centimetri. Ma era li da due ore! Come si può sbloccare uno stallo del genere!? Nessuno ha la risposta..

Poi ad un tratto, dopo che la pazienza ed i tentativi, a centinaia, sono andati invano, dopo 10 ore di delirante escursus, dopo una giornata durata 34 ore dall’ultimo sonno, e dopo aver visto l’unico motivo valido della propria esistenza sfogare e reprimere frustrazione senza sosta, dopo tutto questo, la sala parto si riempie di persone.

Chi sono? Cosa vogliono? Alcune senza badare a me preparano gli arnesi del mestiere. Una prepara siringhe e siringhe di emergenza, opportunamente scotchate sulla flebo. Due mi affiancano e tengono d’occhio la situazione… del resto io non rispondo troppo delle mie azioni, mentre mi innervosisco… echi ancestrali e demoniaci iniziano a tuonare nell’aria.. le pareti scompaiono, la stanza volteggia verso cieli in tempesta, e tuoni e lampi e clangore di armate in ogni dove. L’argano, è in posizione di tiro. Si aspetta semplicemente il segnale.

Eccolo! Urla rimbombano per le stanze, mentre una valchiria tira come fosse una fune, mentre un’altra preme forte il ventre, mentre altre assistono e stringono la moglie nel suo ruolo. Pochi secondi, il tempo di una folata forte di venti del nord, e poi silenzio…

Lo stanno strappando in 6 dalle radici dell’albero della vita verso un mondo di cui nutro forti dubbi… ma quella è la strada!

Poi un altro tuono, e di nuovo l’inerpicarsi dell’ostetrica che tira in fanciullo incastratosi tra due mondi. Le altre partecipano e sforzano, premono, schiacciano, bloccano. Qualcosa mi tiene inchiodato alla sedia. Ero stato rammonito dall’alzarmi.. mi stavo autocontrollando e autobloccandomi. Quella era la mia 35esima ora.

Di nuovo la fredda calma. L’infermiera più in basso inizia ad anestetizzare e tagliare, come un macabro tessitore di fronte ad una tela di carne… il sangue a fiotti trasforma la sedia da parto in un altare sacro e violento. Un rituale di forte impatto visivo, mentre la freddezza del momento congela ogni sussulto. Le labbra secche da ore di quella notte sono ormai distinguibili anche dalla penombra sul volto della moglie; ho visto un risultato del genere solo nei film dove si attraversava il deserto, e non credevo certo che si trasformassero così in sole 10 ore..

Un ultimo segnale arriva. Il macabro quadro si rianima, l’infermiera di fronte tira senza sosta, quella sopra preme, le altre stringono la moglie che urlando e delirando si incurva e spinge… l’ultima, la carnefice del taglio, è la prima ad accogliere la creatura che ne esce. Un piccolo essere rosso sangue e bagnato, impaurito, allungato senza che gli fosse stato chiesto dopo essere stato raggomitolato su se stesso… e silenzioso.

Uscito, il tempo si ferma. Le ostetriche si lasciano sfuggire un sospiro. Il muro di medici si dirada, mi alzo, guardo la moglie, guardo la creatura…. Silenzio… mentre il respiro si ferma capisco che qualcosa deve succedere o non sarà comunque una cosa facile. La moglie urla, esausta, “perchè non dice niente!?”.

Non arriva nessuna risposta dalle infermiere mentre si riassestano e ricominciano a riprendere le loro normali posture.

“ggh eeeeeeh!”

“Oh cavoli! E’ Vercingetorige Primo! E’ nato! E’ vivo!”

 

Ci sono poche cose che muovo il mondo. Ci sono poche verità che scuotono le radici della terra. Ci sono poche cose che portano al cuore delle persone. Queste cose non sono irraggiungibili, sono sempre parte di questo mondo… il prezzo da pagare è avere il coraggio di scendere all’Inferno, per poi fare ritorno. Un prezzo che vale la pena … ve lo assicuro.

ps: nomi, luoghi, riferimenti e altro sono parte della fantasia, colorita e imprevedible, dell’autore.

_Lord Hol Napult_

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Ave o genti disperate nel mare dell’esistenza,
anche oggi sono qui per trasformare l’incapacità comunicativa dell’essere moderno in qualcosa di originale e semplice al contempo, per spremere nell’ego più profonto della vostra e mia timidezza quell’ardito coraggio che ci impone di innovare, proseguire e creare, sempre e comunque. Inutile quindi aggiungere che usciremo dal nostro campo, punteremo verso altri campi, e vinceremo, qui, ora e per sempre.

Scherzi a parte quest’oggi realizzeremo una semplice crostata di marmellata. L’idea originale era quella di creare la “classica” crostata, ma a causa di un incoveniente che vedremo a breve ho dovuto inventare qualcosa di più immediato.

Come tutte le ricette che si rispettino, subito gli ingredienti necessari:

  1. Una confezione con l’impasto per fare la crostata (ne esisteranno anche tra 1000 anni)
  2. 1 uovo
  3. 4 tipi di marmellate
  4. 1 panetto di butto (125g)
  5. Un pò di farina per lavorare la pasta
  6. Tortiera con coperchio apribile
  7. Una terrina di plastica
  8. Strumenti vari per maneggiare la pasta, come coltello, forchetta, rullino.

La prima cosa da fare è pulire con spugna e straccio il piano di lavoro, dove capiterà di posizionare la pasta. Ovvio lavarsi pure le mani e adottare accorgimenti igienici del caso, tipo fare un bidet..

Una volta pronti versate la busta delle torte nella terrina, poi l’uovo, infine 85g di burro riscaldato, se possibile, 30 secondi al microonde a 800w (deve uscire molle, non liquido).
Siccome il primo approccio è appiccicaticcio, mescolate con la forchetta rompendo il tuorlo e tagliando il burro.

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Una volta divenuto solido toglietelo dalla terrina e appoggiate sul tavolo, con della farina sul fondo, per essere più pratici nel maneggiare l’impasto.

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Dopo poco l’impasto dovrebbe iniziare a diventare una solida palla; ad ogni modo tocca alle mani spremere e strappare l’impasto per 10 minuti, fino a farlo diventare un flaccido e malleabile blob, privo di grumi possibilmente (ovvero usate la forza e spremetelo e appallottolatelo varie volte a mano).

Ora prendete la tortiera e con i 40g di burro rimanenti imburrate tutto il fondo e almeno 3 cm del bordo. Infine gettate dentro una manciata di farina e distribuitela alla maniera dei vecchi ricercatori d’oro con i loro setacci. Questa operazione si rivelerà fondamentale per trasferire la torta dal punto A al punto B una volta cotta (ovvero non si attaccherà al fondo).

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Tornate al panetto e fate un rotolone. Tagliate 1/4 della sua dimensione che sarà adibita a creare la decorazione, mentre i rimanenti 3/4 finiranno nella tortiera. Non rovinate il tavolo, si taglia anche con il coltello al contrario!

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Modellate quindi l’impasto nella tortiera. A causa di queste mode vegane, macrobiotiche, biologiche e puerili, il mio impasto era invero pasta di riso, o qualcosa del genere. Il risultato finale infatti era una scarsa elasticità e quindi la tendenza a rompersi ad ogni operazione successiva.
Poche imprecazioni dopo ho deciso di fare una modellazione direttamente nella tortiera al meglio delle mie possibilità. Per prima cosa distribuite i 3/4 di impasto fino a raggiungere i bordi. L’obiettivo è coprire tutta l’area e fare dei bordi lungo tutta la tortiera alti almeno 2cm.

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Siccome il malefico impasto non aveva nemmeno una proprietà utile allo scopo, ho dovuto utilizzare cautelamente il rullino

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Prima di dire “ok all’impasto!”, fate dei fori con la forchetta che servono a favorire una cottura omogenea ed a gestire i liquidi in gioco durante la fase nel forno. Nota: se volete ora potete iniziare ad accendere il forno come indicato sotto, per ottimizzare i tempi.

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Il bordo è stato alla fine ottenuto, e laddove non riuscissi a colmare con la pasta presente, ne ho rubato un angolo all’altra sezione, adibita originariamente alla decorazione. Successivamente ho compreso di non riuscire nemmeno a fare le striscie tipiche della crostata, a meno di diventare un saggio buddista shaolin concentrato sul suo “om”, e quindi..

Prendete la pasta delle decorazioni e fate delle striscie divisorie alte 1 cm circa che separano la torta in 4 parti, non necessariamente uguali. La giunzione delle stesse può avvenire anche unendo pezzi che si sono rotti mano mano..Ora prendete le vostre 4 confetture ed assaggiatele, tutte e 4. Decidete quale confettura vi piace di meno e adibitela agli spazi minori. Solitamente però alcune confetture saranno di vostro gradimento, ma non lo saranno per i vostri familiari. Iniziate a depositarla nella sezione.

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Procedete fino alla fine delle confetture. Occorrono 4 cucchiai se volete fare le cose per bene.

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La marmellata è un elemento importante della vostra torta. Sceglietela con cura e sarà un asso nella manica per un risultato finale dall’ottimo all’eccelso!

Dunque, avevamo detto che la pasta era difficile da lavorare. Non vorrete certo buttarla? Fate quindi dei cerchi, un po’ come vi riesce, e dei piccoli “batteri”… credo che questa immagine vi sia di aiuto.

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Ottenere queste forme è un compito facile anche per le paste di riso. Compiuto il suddetto lavoro è tempo di distribuirle disordinatamente ma equamente nella vostra torta. Ricordate solo di non avvicinarli troppo in quanto nel forno è prevista una parte di espansione degli stessi, dovuta a lievitazione.

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Ci siamo! Occorre predisporre il forno così..

  • 190°
  • Statico (nessuna ventilazione)
  • Cottura dai 25 ai 35 minuti

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Una volta cotta la nostra crostata avrà questa grezza e colorita sembianza, ma il gusto sarà di gran lunga migliore di molte torte più articolate e sfarzose.

La crostata è la vera ragione di vita della cucina dolciaria!

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E come ogni microscopica sezione di virus che si rispetti, abbiamo i vari liquidi colati dove i batteri e le forme di vita microscopiche interagiscono e si riproducono senza sosta alcuna. Mi spiace comunque deludervi ma qui  non si riproduce nulla, e una volta appoggiata sul tavolo questa torta sparirà quasi magicamente dalla vostra cucina.

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Non posso comunque lasciare incompiuta questa ricetta senza i necessari consigli per una migliore degustazione:

  1. Dopo il forno la torta deve riposare all’aperto per 2 ore.
  2. Se avanza tenetela in frigo e mangiatela il giorno dopo a colazione. E’ pure meglio della versione sfornata.
  3. Non prendete la pasta di riso; per lo meno preferisco quella normale che assume anche maggiore doratura.
  4. A volte si può utilizzare anche un uovo grande e uno piccolo per migliorare il sapore, ma l’impasto sarà più difficoltoso
  5. Se volete ottenerere il massimo inserire un goccio di grappa nell’impasto quando avete ottenuto la palla omogenea. La grappa arricchisce il gusto della farina e non si sentirà più di tanto.

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Questo è tutto.

Sopravvivete ed adattatevi. Questo fanno i virus ed i batteri!

_Lord Hol Napult_

La Cavalcata Oscura di Wolfgar

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L’alito greve e caldo si affannava tra le briglie come nebbia tra i rovi.

La tensione e la quiete si fondevano nell’aria come se fossero unite dall’eternità, un miscuglio di echi lontani e fili d’erba e foglie, leggermente mosse dal vento, erano gli unici suoni udibili a centinaia di miglia. E nella vallata un cielo nero e minaccioso, carico di pioggia ma in una surreale paralisi completa, attendeva qualcosa di assolutamente inafferrabile.
Un lato della collina era invaso, o forse posseduto, da un’intera armata di cavalieri nero vestiti. I loro sguardi erano talmente grevi e freddi che se fossero stati visibili da dietro quegli elmi avrebbero assorbito ogni raro sprazzo di chiarore che si travisava tra le nubi, gettando un’inquietante oscurità ovunque.

Sudore e goccie di pioggia finissima scivolavano sulla muscolatura robusta e tesa di Wolfgar, un cavallo nero come la pece, gigantesco ed imponente, vero e indomito erede della dinastia degli Shire.
Un tuono eccheggiò lontano stracciando nubi e luce in una coreografia gotica e decadente.
L’attesa, secondo dopo secondo, strappava lembi di tempo che laceravano cuoio teso, prese nervose su else e sangue, sempre più frenetico, adirato in quelle piccole vene insufficienti.

E mentre l’alito greve vaporizzava il suo millesimo soffio, mentre un guanto armato smuoveva la cinghia di fissaggio stretta all’armatura, mentre una goccia ingrossata nel cielo prendeva spinta infrangendosi sull’umbone di uno scudo, e mentre una coppia di fili d’erba, da giorni uniti dalla bava di una lumaca, si staccarono lanciando rugiada sul terreno, una punta di lancia, minuta e sbiadita, comparve nel cielo grigio dell’orizzonte, saltellando ironicamente e fermandosi, distante ed immobile, sulla collina opposta.

Subito dopo altre 200 lancie fecero lo stesso balletto blasfemo, ricoprendo l’orizzonte con decine di pungoli stagliati verso il cielo, come fossero cime di pini nelle immense vallate norvegesi.

Due fronti, imponenti per numero e stazza dei loro condottieri, erano ora statue immobili nel vorticoso roteare del nulla, un vento che da arbitro maledetto fendeva ora i corpi di un’armata ed ora gli altri, deridendo e sospendendo il respiro di ogni essere vivente presente in quel macabro scorcio di terra.

Il silenzio, disturbato solo da pioggia che tintinnava qua’ e la’ su elmi levigati, aggravato da tuoni e lampi lontani, forse come gorgogli di una gola che aveva inghiottito il mondo, era nel suo freddo vorticare l’unico vero protagonista di un quadro immobile.

Passò un tempo indefinito prima che lo stendardo del corvo nero si inclinò in avanti sfidando lo stendardo del drago dei mari, seguito subitaneamente dal suono di un corno antico e sgraziato.

Uno strattone possente inclinò la morsa di Wolfgar che reagì, indomito e ribelle come tutta la sua stirpe, mordendo ed allungando la cinghia verso il nemico. Immediatamente i fianchi vennero percossi dal cavaliere ed i muscoli vigorosi e nervosi sotto al manto nero fecero una leva robusta sulle gambe posteriori. Sembravano corde d’acciaio pronte a trainare via un monte dalla sua valle.

Il terreno, infangato ed erboso, ricevette presto il peso imponente di uno stallone in principio di corsa. Ogni singolo lembo di terra sotto a quella leva si mosse sfaldandosi e raggrumandosi, come se un miscuglio di burro e pece ricevessero un sasso lanciato con forza.

La carica iniziò. Vento e pioggia non erano che forze inferiori dietro al rombo energico di 200 stalloni armati in carica frontale su entrambe i fronti. La distanza prima dell’impatto, altro non era se non una breve e fastidiosa scocciatura, prima che fragore e violenza e divina purificazione si fondessero in un estasi di sangue ricolmo d’ira.
Il freddo non veniva più percepito da alcuna creatura di quei due fronti. Sangue del Nord, rosso e scuro, ribolliva come veleno infuocato inebbriando come un fiume di pece ogni legamento, ogni muscolo ed ogni osso.

Nel cielo il banchetto degli dei norreni aveva inizio, e tra urla e grida tuonanti, tra fulmini e fasci di luce che trafiggevano le nubi, orde di valchirie turbinavano attente nell’etere, pronte a cogliere l’anima di grandi guerrieri prima che fossero catturate da altri dei. Due le guerre sopra quel singolo lembo di terra violata.

Wolfgar inarcava colpi talmente lunghi e violenti da far tremare il suolo, mentre spazio e tempo rincorrevano la sua foga nella vallata. Ogni singolo muscolo si muoveva con tale grazia e coordinazione da sembrare l’esempio meglio riuscito nell’arco di millenni di evoluzione della specie. La pelle nero corvina, che ricopriva aderente tutti i muscoli, squoteva goccie nell’aria come un salice piangente sopra uno stagno dopo un temporale. Le goccie che invece cadevano dal cielo colpendo ora il collo, ora il fianco, rimbalzavano alla maniera delle antenate che colpivano l’elmo di ferro levigato.
Il cuore della bestia pompava sangue a litri, mentre la corsa diveniva sempre più una disperata cavalcata verso l’ignoto, come fosse inseguito da orde di demoni antichi e terrificanti, capaci di smuovere oltre ogni limite le paure di un essere vivente.
Gli occhi erano invece concentrati, cupi e fissi sull’orizzonte, e dai grandi iridi si rispecchiava un’orda avversaria con innumerevoli punte rivolte verso il cuore.

La corsa disperata sarebbe presto terminata in uno scontro, violento e mortale, e questo era il destino a cui tutti in quella vallata andavano incontro. Non c’era onore, ripensamento, paura od orgoglio in quel luogo. Non c’era neppure coraggio, fratellanza o codardia. La corsa irrefrenabile era ormai solo un elemento, come la terra o l’acqua, e niente avrebbe cambiato le sorti se non il fato stesso, vile e subdolo come solo la memoria sa ricordare.
Mentre i muscoli si tendevano e si rilassavano in un turbine di follia, mentre il vento salutava per l’ultima volta la vita di quegli esseri viventi e mentre il suolo si distruggeva e si modellava per l’ennesima volta a quel momento storico, la corsa di Wolfgar non accennò a rallentarsi.

Passarono pochi secondi, forse centinaia se visti da dietro un elmo, forse pochissimi se visti dalle fronde di un albero circostante. Ma essi passarono, e poi ci fu solo sangue.

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Wolfgar incrociò sulla spalla destra la prima lancia che saettò sulla sua muscolatura lacerando il manto, ma fu rifiutata come acciaio su acciaio dai muscoli tesi. Parecchi stalloni, guerrieri e lance caddero dietro alla sua carica mentre il tessuto pregiato e nero corvino si lacerava in zampilli di sangue e tagli superficiali. Dietro di lui una mazza chiodata roteava a destra e sinistra inclinando elmi e distruggendo scudi, teste, braccia, colli e crani di stalloni inferiori. Gli zoccoli calpestavano legno e carne, e il fango si colorava di rosso mentre ad una ad una le armi in metallo si accasciavano sul suolo.
Wolfgar trapassò la linea schierata sul suo passo sbattendo ogni ostacolo a dieci passi di distanza ed,  una volta uscito dal mucchio, si riprese per un ennesimo assalto in virata destra. Nel centro della battaglia bestie e animali si dimenavano come anime all’inferno. Il trionfo della morte e del sangue vomitava in quella vallata i suoi emblemi più significativi, e già si vedevano nel cielo altre spade e ali di arcangeli pagani dimenarsi tra le anime che ascendevano.

Le due guerre erano nel fulcro dell’azione.

La seconda tornata fu ancora più devastante della prima. Presi di spalle numerosi cavalieri caddero senza sapere da dove calasse la folgore. Singoli colpi violenti penetravano le loro schiene, a livello del collo, e subito dopo masse informi e prive di intento si accasciavano al suolo con il cranio forato.
Il mucchio stesso fu sbilanciato dallo stallone che caricava con i muscoli tesi e feriti, capaci di generare violenta forza sia per l’intento che per il dolore via via più lancinante.
Non vi erano più tuoni o pioggia o vento nell’eco della vallata, solo grida, metallo, zoccoli e rumore di impatti violenti.

Il tutto durò pochi minuti, o forse infiniti se vissuti dagli occhi vitrei di una carcassa ammassata al suolo mentre il sangue caldo pulsava ancora nel fango e nella pioggia. L’orizzonte cosi carico di forme nere ed in armi, era ora un guazzabuglio di carcasse, feriti e movimenti affaticati.
Poco più in là una sagoma nera e cupa si delineava come una macchia nel cielo, ansimando vistosamente ed ancora in preda a raptus di follia omicida, con i nervi ormai fuori dal controllo che rizzavano o distendevano arti come se la pazzia fosse loro compagna.

Wolfgar era fermo, ora, nella quiete della morte che aveva raggiunto cosi tante anime, e nonostante questo vegliava silente ed impassibile l’intera opera di distruzione li vicina. Sopra di lui il cavaliere si guardava intorno, tuonando di tanto in tanto sentenze di morte per dei moribondi che si muovevano nel fango, e subito una lancia interrompeva ogni sussulto.

Il vento era tornato a riprendersi gli echi della vallata, mentre la pioggia si intensificava ed i tuoni si avvicinavano ai loro bagliori. Corvi e lupi si avvicinavano dal profondo dei boschi, pronti a saziare la loro sete in una blasfema collina tinta di rosso.

Il tempo delle battaglie non era che cominciato. Il tempo del sangue non era mai finito.

E mentre gli ultimi respiri venivano esalati da corpi morenti, una fitta pioggia purificava il mondo dalla sua violenza, senza che ci fosse più alcun tintinnio metallico o corpo caldo di vita ad accoglierla. Solo fango, erba e desolazione.

 

Nota: Testo scritto da LHN. Frammento di evasione neurale notturna di incredibile e vivida lucidità. Grazie per la lettura.

_Lord Hol Napult_

Purification

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(Play audio for full immersion reading)

La sera scende, silenziosa e fredda, su tutte le cose dell’universo.
Scende sulle lagune di rane e cicale, lontano dai centri, nelle terre paludose. Scende nelle vallate innevate, tra antichi pineti dove si ode spesso un rombo greve, costante e lontano, forse generato da riverberi di un masso caduto tempo prima, tra rocce e dirupi. Quando scende la sera tutto si appiattisce ad uno stato mite, si sposta dalla vita, si fonde con la morte. Essa scende. Scende nel riflesso di una goccia d’acqua caduta da una fontana in una metropoli turistica, fermando in quell’istante migliaia di riflessi bluastri e celesti, proiettati su strade, vetrine, persone, e nella goccia stessa.

Quando scende la sera il mondo si ferma. Forse tenta di riflettere sull’operato del giorno, durante la calda vita pulsante dell’esistenza. Forse la sera esiste per farci capire che l’esistenza stessa ha bisogno di chiudere un ciclo prima di aprirne un’altro. Una semplice e logica alternanza utile a definire il tempo, creando di fatto un passato, un presente e un futuro.

Tutto procede con “scatti armonici”: luce e vita, buio e morte.

Noi attraversiamo tutto questo, incuranti o vagamente coscienti, e nonostante tutto…attraversiamo. E’ come procedere su una passerella sospesa su un alto dirupo che con nostro stupore non avremmo mai attraversato se davvero ci fossimo resi conto di quanto è in alto, di quanto è rischioso…

La luce del giorno ha l’effetto inebriante di conferire forza e volontà, o per certi versi pazzia. Apriamo gli occhi e iniziamo a reagire abbagliati dalla luce. Osserviamo e schiviamo ostacoli, sistemiamo oggetti, cacciamo quanto basta per esistere. Una corsa sotto certi aspetti che non ha limiti di spazio, ma ha forti limiti di tempo, presto sarà sera e quindi bisogna sbrigarsi! Poveri coloro che nella luce non raggiungono lo scopo prefissato. Poveri coloro che nella luce corrono quasi accecati, sia perchè non raggiungeranno alcuno scopo, sia perchè rimarranno accecati per tutto il tempo.

Le leggi del mondo si impongono al contempo in modo banale e spietato. Fai tutto quello che devi fare ma fallo entro l’arrivo della sera, perchè quando questa arriverà dovrai sospendere ogni cosa e dovrai fermarti, per forza, e volgere alla quiete.

E la sera scende, silenziosa e fredda, su tutte le cose dell’universo.

Quando giunge le paludi si assopiscono, e le montagne innevate si congelano rallentando i rigagnoli. Nelle città le persone si disperdono dalle vie ed ognuna volge verso un rifugio con tutto quello che ha ottenuto durante la giornata.

La sera ci purifica. Essa costringe l’anima umana a confrontarsi con sé stessa in una fase di introspezione intensa e talvolta violenta. Non c’è alternativa a questo. In questa fase potremmo essere eroi di grandi successi compiuti nella luce del giorno trascorso, oppure solo puerili esseri repressi; sviluppiamo costretti la coscienza di ciò che siamo, osservando il nostro passato, gli oggetti del presente ed infine proiettando noi stessi in una simulazione di futuro, così come lo vorremmo nella nostra immaginazione.

Non c’è nulla che sfugge al nostro sguardo introspettivo durante la sera. Tutto ciò di cui siamo stati capaci ci sosterrà o nei casi negativi ci perseguiterà. Difficile scappare dalla propria coscienza e formulare strutture mentali preservanti, che alterano la percezione delle nostre brutte azioni fino a renderle accettabili. Impossibile spingere nel subconscio tutto quello che in questo universo ci assilla. Se c’è un legame tra la purificazione dell’essenza di un essere e l’avvicinarsi della sera, sicuramente è in questo momento che avviene, in una stanza dai riflessi bluastri e celesti... La sera è la nostra unica speranza di comprendere l’universo. Sia che conferisca tormento o quiete dobbiamo accettarla come un dono ancestrale alla miserabile esistenza che la razza umana conduce in questo spazio ed in questo tempo.

La sera è l’universo stesso. La nostra unica occasione di purificazione.
Semplicemente… non sprechiamola mai.

_Lord Hol Napult_

Paris. 13/11/2015

Sad-face-in-paris

…open compiler
….new file
.. edit..

int main() {
// INIT
string userInput;

string msgMrRobot = “Un bug non è mai solo un errore.\n
Rappresenta qualcosa di più. Un errore nel modo di pensare. 
Molti programmatori pensano che debuggare un programma 
significhi sistemare un errore.\nMa è una stronzata. 
In realtà lo scopo del debug è solo trovare l’errore, 
capire perché ci sia quell’errore, tanto per cominciare 
e sapere che non è un caso che esista.\nViene da te per 
consegnarti un messaggio, come un’inconscia bolla che 
fugge verso la superficie e scoppia, rivelandoti qualcosa 
che hai sempre saputo.\nNon so perché sto dicendo tutto 
questo. Forse è perché sono drogato con qualche sostanza 
legale con la quale gli spacciatori fanno soldi oggigiorno.
\nMa di solito è perché lo sento arrivare. Il ronzio di 
un insetto che arriva verso di me per tutti i piani 
finché mi obbliga a prendere una decisione”;

// GET - apply replacements
msgMrRobot.CustomReplace("debuggare","distruggere");
msgMrRobot.CustomReplace("debug ","esercito militare");
msgMrRobot.CustomReplace("bug","Attentato");
msgMrRobot.CustomReplace("programmatori ","politici");
msgMrRobot.CustomReplace("programma","paese");

// SET
cout << msgMrRobot << endl;
cout << "what do you think?" << endl;

// GET - user input
cin >> userinput;
cout << "user input is:" << userInput << endl;

// RET
return -99;
}

……compiling…..
…program compiled successfully.

mrrobot

 

Cordoglio alle vittime di Parigi. Possiate vegliare laddove l’uomo non riesce, non vuole, o non può.

ribbon-black_68

_Lord Hol Napult_

Impossibile Esistere

Space StarsFuori piove, da giorni, da mesi, forse non ce ne eravamo mai accorti, forse da anni. Uno trascina la propria vita nel tempo, a volte la domina, a volte ne è vittima travolta, e a volte semplicemente attende qualcosa che non arriva mai, qualcosa di magico o di tragico, di sconvolgente o di incantevole. Il problema e’ che attende, a volte, tutta la vita.

La “routine“, cosi come la concepiamo nel 2013, significa azionarsi la mattina, eseguire il cerimoniale della vestizione e del lavaggio, conquista(?) ormai consolidata nel tempo, procedere verso un mezzo inquinante e sbilanciato per raggiungere luoghi di maggiore o minore prestigio e potere, non fa differenza; dopo questo la “routine” prevede l’esecuzione di compiti più o meno ripetitivi, a volte inutili, a volte utili, ma per chi? Questo ci permette di dire a noi stessi, oggi abbiamo fatto qualcosa di utile, e abbiamo fatto il nostro dovere.
Ma per chi? Forse per giustificare l’alternativa inutilità dell’esistenza, la nostra esistenza. Ci diamo anche dei prezzi, delle cifre maggiori o minori per valorizzare le nostre azioni.

A volte queste “mercificazioni” del tempo, il nostro tempo, permettono la “competitività” che da sempre costituisce l’istinto di sopravvivenza degli esseri, degli animali. Chi più guadagna, magari senza alcuna conoscenza superiore, domina e giustifica meglio a se’ stesso la propria esistenza, e ne nasconde abilmente l’inutilità.

Diciamo che vogliamo gettare acqua sul fuoco e placare il nostro istinto di auto interrogazione, con la “routine”. Tuttavia il chiodo è fisso, e l’indomani la domanda si ripresenta: perchè esisti? E perchè in questo modo, a questo livello? Perchè hai bisogno di questo, tutto questo, per dirigere la tua vita, o più semplicemente, per vivere?
Difficile a dirsi, e qui la maggior parte dei filosofi, teologi e praticoni del caso getterà un timbro sull’argomento, definendolo obsoleto(?), adolescenziale, pazzoide. Ma la loro Risposta dove è?
Semplicemente il loro “chiodo fisso” l’hanno cementato per dimenticarlo, e il loro sguardo l’anno distolto con distrazioni di ogni tipo…

Orbene, diamo un fine a questo discorso completando la seconda fase della giornata. Si chiude la cassetta degli attrezzi, o il libro, o si spegne il computer, si è stanchi, ci si guarda intorno inebetiti cercando qualcuno da salutare, altro cerimoniale per comunicare al nostro subconscio che per oggi abbiamo eseguito il nostro Grande Compito, e da li in poi si volge al termine, cercando l’uscita. Forse qualcosa è cambiato tra l’inizio e la fine della giornata, ma non La Domanda e non abbiamo trovato La Risposta.

E questo ci tiene forse in vita. L’indomani sarà un altro giorno a cui demandare La Domanda, ed anche la speranza di trovare un briciolo della risposta.
E poi c’è tutto il resto. Forse non rimane più molto tempo per pensare, nel 2013, ma questo ci fa trascorrere il tempo in modo armonioso. Fino a che la demenza senile e la caducità del nostro stesso sistema ci costringeranno ad emettere una sola e frettolosa Grande Risposta a cosa la vita, la nostra vita, è servita.


Confido che in quel momento, tanto vicino o tanto lontano, ci sia qualcosa di meglio di una banale risposta formulata tra denti stretti e un corpo sofferente che cerca frettolosamente qualcosa, cosi come si cercano le chiavi prima di partire per la “routine”…

Gollum

Se giungerete alla conclusione a cui giunsi io, forse la Risposta è l’Impossibilità di Esistere, a meno di avere una scelta, una singola scelta, che cambi in qualche modo l’Universo nel bene o nel male, in funzione di essa.

_Lord Hol Napult_

Poesia: Fluenze Dorate

Fluenze_Dorate_1996
Giace silenziosa la sussultante distesa

aspettando fluente il giungere
d’un caldo Sol levante
che la possa sublimare
in un riflesso di acque dorate,
assorbenti dall’aria
la pungente lucidità
d’un fresco mattino.

E qui, l’intero universo s’affida
a Colui la qual Solea visione
diffonde le trascinanti sensazioni
tese a far sorgere li onesti valori
fin dall’origine all’oggi
d’Umanitas Eterni.

Lento trascinarsi d’acque
e calmo passeggiar di pensieri
ove s’irraggia l’aureo riflesso
e dove si schiude la mente
di luce e pace sì conseguir

E affioran grandi stì onesti Valori
riportando la compiuta pienezza
di un evanescente immensità
che infonde a ogni attimo fuggente
il sapore di una vita
dov’è il vero amore a comandar.

-Lord Hol Napult- Feb. 1996

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