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Archive for the ‘ eternità ’ Category

Trance

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Il freddo e il buio invadono l’area. L’etere si insinua tra effimeri odori di incenso e oleandro. L’erba cresce con un lieve rumore tangibile, mentre i filamenti si sciolgono fendendosi l’un l’altro durante l’ascesa.

Sento brividi salire dal palmo del piede immerso nella terra nuda e gelida, dura come la pietra, mentre la brina si scioglie dopo aver inflitto la sua parte acuminata ad ogni passo. Attorno il buio, ora invaso di nebbie, sembra indirizzare il cammino verso un luogo ignoto. Alti alberi compaiono tra le frange creando un muro invisibile di tetra follia.

Proseguo a passo incerto mentre foglie silenziose cadono come riflessi dalla memoria del mondo verso l’abisso dell’oblio. Animali eccheggiano nella vallata, ma il loro verso e la loro posizione sono nuovi e ignoti allo stesso tempo. Come infiniti spettatori persi da tempo immemore nell’oscurità avvolgente del luogo. Forse anime o forse reincarnazioni di soldati penitenti, in una dimensione molto più simile al Limbo di qualsiasi altra dell’universo.

Il buio fitto si dirama, e all’orizzonte una luna piena, bianca come il bianco pallore di un defunto, mi osserva tra intricati rami neri che protendono verso l’alto in una violenta espressione di bramosia. Tutti partecipanti sofferenti di un melanconico e decadente scenario, dove l’ultimo barlume di coscienza è rappresentato dal mio incedere silenzioso.

Mentre il mondo maledetto osserva schivo e spietato, un fitto dolore al ventre mi piega in due, costringendomi alla resa. Chino sulle ginocchia un liquido luminoso e rosso fuoco viene vomitato a volontà dalla bocca. Tra spasmi e fitte acute una chiazza si crea attorno a me. La pozza rossastra e luminescente di espande in poco tempo diventando larga, ora larghissima, fino a divenire un lago.

Sono immerso e circondato nelle acque basse e calde del mio stesso rigetto, una sostanza che non saprei identificare ne con i fiumi rossi di argilla ne con il sangue. Piano piano sale di livello, mentre gli ultimi fili d’erba scompaiono sommersi sotto la sua invadente superficie.

Quando il dolore termina, mi trovo circondato da un lago i cui confini non posso scorgere. Un bruciore mi accompagna l’esofago ma cerco comunque di rialzarmi. Le gambe vacillano e lo sforzo è sovrumano, ma dopo qualche tentativo posso osservare la palude dalla posizione semi-eretta.

Nelle acque rosse e luminose inizio a vedere increspature muoversi a mulinello come se fossero create da piccoli serpentelli in veloce traversata. Gli alberi sono ora chiaramente visibili nella loro irregolare distribuzione, mentre la nebbia, scesa a filo delle acque, si tinge di una sfumatura violacea.

Faccio un passo e qualcosa afferra la mia caviglia. Ritiro il piede ma la morsa è strettissima, anche se non mi ferisce; come una mano, che difficilmente scorgerei, sento che mi stringe e in poco tempo vengo tirato giù.. profondamente giù.. verso un abisso che non pensavo esistesse in quelle acque apparentemente basse. Il secondo strattone, più forte e deciso, mi sbilancia in avanti, verso l’ignoto. E cado. Cado nelle acque sanguigne e inizio una discesa veloce nel profondo… un mulinello subacqueo mi trascina per uno, due, cinque, venti metri, e giù nel profondo senza fine.

Mi dimeno avvolto da quell’oceano, non respiro e non controllo più cosa significhi salire o scendere. La forza mi trascina giù nel profondo, inesorabilmente, verso un nuovo buio, verso il mio stesso ignoto, verso il terrore generato dalla mia stessa follia.

Non saprei dire quanto tempo abbia viaggiato nelle acque profonde. Non saprei dire come il respiro mi sia mancato per minuti interi e la stretta mi abbia forzato a quella discesa. Ora mi trovo a terra, bagnato ed esausto. Alzo lentamente il volto da quella crosta gelida e mi accorgo che la brina ed i fili d’erba mi stanno infierendo cicatrici di ghiaccio.
Mi riprendo, osservo ciò che vedo attorno a me, mentre il torpore si dirama. Il freddo e il buio invadono la zona. Percepisco odore di incenso e oleandro.

Maledizione!

_Lord Hol Napult_

Il Messaggio del Natale

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Arriva Dicembre, arriva Natale.
Come ogni anno si festeggiano con felicità ed un pò di meritato riposo queste sempre troppo brevi festività.

Tutti corrono tra centri commerciali e negozi per preparare i soliti regali, forse per la maggior parte inutili, ma in qualche modo sempre graditi. Come ogni Natale il mondo rallenta per qualche settimana, si guarda intorno, e cerca da dietro di una poltrona, una sala dalle luci calde o da un posto che rappresenta comunque qualcosa a noi familiare di  riflettere su quanto fatto fino a oggi.

Non tutti i Natali sono bellissimi e magici. Capita a tutti, prima o poi, un Natale triste. Qualcuno ci lascia, qualcosa si perde, qualcosa non va. In un momento di fermo immagine si percepisce ancora più fortememte la sensazione. Si spera sia sempre un bel Natale, tutti lo speriamo, ma non tutti lo avremo. Un anno in più sul peso delle nostre spalle ci fa riflettere. Un anno in più anche su quelle dei nostri cari. Il solo pensiero che un giorno non saremo tutti al completo ci terrorizza, ma ci fa anche apprezzare meglio il momento che stiamo vivendo.

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All’inizio è solo distrazione. Non vuoi ammettere di essere proiettato verso una realtà che ti stravolgerà l’esistenza e pur sapendo che sarà un esperienza indimenticabile, cerchi solo di non pensarci troppo.

Pensare in realtà significa farsi prendere un po’ dal panico. Il panico naturale e ribollente che si assapora prima di avere un figlio.

Passa qualche giorno, qualche mese, e inizi ad affrontare la cosa cercando conforto nella moglie (o compagna che sia). Qualche libro, per curiosità ed anche per sopprimere l’ansia, lo leggi. Cose del tipo, essere mamma, diventare mamma, la salute del bambino… parole chiave di un mondo che non ti è appartenuto fino ad oggi.

Arrivano i primi esami “di verifica”. Oramai siamo piuttosto avanti con l’età e le statistiche, bastarde e infide, minacciano la tua stabilità interna con annunci sui mille problemi che un nascituro può avere, genetici, mentali, di postura, di costituzione, di pelle. In TV ti vengono proposte tutte le forme di vita umane con stranezze e gravi problemi ormonali. Speri che non tocchi a te, ma in realtà speri che nonostante quelle persone risultino perfettamente capaci di amare e sorridere, quello che non saprai affrontare è l’enorme spesa economica e di tempo che una complicazione richiede. Il mondo in cui viviamo, se è stato a misura d’uomo per qualche tempo, beh.. ora non lo è più, e la sensazione di schiavitù sociale dovuta a tasse opprimenti e servizi scadenti, assistenza zero… è troppo.

I pensieri di una sola sera non possono essere sufficienti per gli esami “di verifica”. Con la clausola del fatto che si tratti di solo “screening” e quindi mai una certezza o un dato reale. “Reale”… “Neo, definiscimi la realtà…”. “No Morpheus, non questa sera!”.

Si avvicina il periodo e tutto sembra comunque andare bene. Ma la notte non è più tranquilla. La notte non è più una notte di quelle spensierate e giovanili, quando di preoccupazioni non ce n’erano, e si poteva ascoltare il canto dei grilli seduti in terrazza al fresco della luna.

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20170106_110724

Ave o genti disperate nel mare dell’esistenza,
anche oggi sono qui per trasformare l’incapacità comunicativa dell’essere moderno in qualcosa di originale e semplice al contempo, per spremere nell’ego più profonto della vostra e mia timidezza quell’ardito coraggio che ci impone di innovare, proseguire e creare, sempre e comunque. Inutile quindi aggiungere che usciremo dal nostro campo, punteremo verso altri campi, e vinceremo, qui, ora e per sempre.

Scherzi a parte quest’oggi realizzeremo una semplice crostata di marmellata. L’idea originale era quella di creare la “classica” crostata, ma a causa di un incoveniente che vedremo a breve ho dovuto inventare qualcosa di più immediato.

Come tutte le ricette che si rispettino, subito gli ingredienti necessari:

  1. Una confezione con l’impasto per fare la crostata (ne esisteranno anche tra 1000 anni)
  2. 1 uovo
  3. 4 tipi di marmellate
  4. 1 panetto di butto (125g)
  5. Un pò di farina per lavorare la pasta
  6. Tortiera con coperchio apribile
  7. Una terrina di plastica
  8. Strumenti vari per maneggiare la pasta, come coltello, forchetta, rullino.

La prima cosa da fare è pulire con spugna e straccio il piano di lavoro, dove capiterà di posizionare la pasta. Ovvio lavarsi pure le mani e adottare accorgimenti igienici del caso, tipo fare un bidet..

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La Cavalcata Oscura di Wolfgar

horseman02(Play audio for full immersion reading)

L’alito greve e caldo si affannava tra le briglie come nebbia tra i rovi.

La tensione e la quiete si fondevano nell’aria come se fossero unite dall’eternità, un miscuglio di echi lontani e fili d’erba e foglie, leggermente mosse dal vento, erano gli unici suoni udibili a centinaia di miglia. E nella vallata un cielo nero e minaccioso, carico di pioggia ma in una surreale paralisi completa, attendeva qualcosa di assolutamente inafferrabile.
Un lato della collina era invaso, o forse posseduto, da un’intera armata di cavalieri nero vestiti. I loro sguardi erano talmente grevi e freddi che se fossero stati visibili da dietro quegli elmi avrebbero assorbito ogni raro sprazzo di chiarore che si travisava tra le nubi, gettando un’inquietante oscurità ovunque.

Sudore e goccie di pioggia finissima scivolavano sulla muscolatura robusta e tesa di Wolfgar, un cavallo nero come la pece, gigantesco ed imponente, vero e indomito erede della dinastia degli Shire.
Un tuono eccheggiò lontano stracciando nubi e luce in una coreografia gotica e decadente.
L’attesa, secondo dopo secondo, strappava lembi di tempo che laceravano cuoio teso, prese nervose su else e sangue, sempre più frenetico, adirato in quelle piccole vene insufficienti.

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Purification

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La sera scende, silenziosa e fredda, su tutte le cose dell’universo.
Scende sulle lagune di rane e cicale, lontano dai centri, nelle terre paludose. Scende nelle vallate innevate, tra antichi pineti dove si ode spesso un rombo greve, costante e lontano, forse generato da riverberi di un masso caduto tempo prima, tra rocce e dirupi. Quando scende la sera tutto si appiattisce ad uno stato mite, si sposta dalla vita, si fonde con la morte. Essa scende. Scende nel riflesso di una goccia d’acqua caduta da una fontana in una metropoli turistica, fermando in quell’istante migliaia di riflessi bluastri e celesti, proiettati su strade, vetrine, persone, e nella goccia stessa.

Quando scende la sera il mondo si ferma. Forse tenta di riflettere sull’operato del giorno, durante la calda vita pulsante dell’esistenza. Forse la sera esiste per farci capire che l’esistenza stessa ha bisogno di chiudere un ciclo prima di aprirne un’altro. Una semplice e logica alternanza utile a definire il tempo, creando di fatto un passato, un presente e un futuro.

Tutto procede con “scatti armonici”: luce e vita, buio e morte.

Noi attraversiamo tutto questo, incuranti o vagamente coscienti, e nonostante tutto…attraversiamo. E’ come procedere su una passerella sospesa su un alto dirupo che con nostro stupore non avremmo mai attraversato se davvero ci fossimo resi conto di quanto è in alto, di quanto è rischioso…

La luce del giorno ha l’effetto inebriante di conferire forza e volontà, o per certi versi pazzia. Apriamo gli occhi e iniziamo a reagire abbagliati dalla luce. Osserviamo e schiviamo ostacoli, sistemiamo oggetti, cacciamo quanto basta per esistere. Una corsa sotto certi aspetti che non ha limiti di spazio, ma ha forti limiti di tempo, presto sarà sera e quindi bisogna sbrigarsi! Poveri coloro che nella luce non raggiungono lo scopo prefissato. Poveri coloro che nella luce corrono quasi accecati, sia perchè non raggiungeranno alcuno scopo, sia perchè rimarranno accecati per tutto il tempo.

Le leggi del mondo si impongono al contempo in modo banale e spietato. Fai tutto quello che devi fare ma fallo entro l’arrivo della sera, perchè quando questa arriverà dovrai sospendere ogni cosa e dovrai fermarti, per forza, e volgere alla quiete.

E la sera scende, silenziosa e fredda, su tutte le cose dell’universo.

Quando giunge le paludi si assopiscono, e le montagne innevate si congelano rallentando i rigagnoli. Nelle città le persone si disperdono dalle vie ed ognuna volge verso un rifugio con tutto quello che ha ottenuto durante la giornata.

La sera ci purifica. Essa costringe l’anima umana a confrontarsi con sé stessa in una fase di introspezione intensa e talvolta violenta. Non c’è alternativa a questo. In questa fase potremmo essere eroi di grandi successi compiuti nella luce del giorno trascorso, oppure solo puerili esseri repressi; sviluppiamo costretti la coscienza di ciò che siamo, osservando il nostro passato, gli oggetti del presente ed infine proiettando noi stessi in una simulazione di futuro, così come lo vorremmo nella nostra immaginazione.

Non c’è nulla che sfugge al nostro sguardo introspettivo durante la sera. Tutto ciò di cui siamo stati capaci ci sosterrà o nei casi negativi ci perseguiterà. Difficile scappare dalla propria coscienza e formulare strutture mentali preservanti, che alterano la percezione delle nostre brutte azioni fino a renderle accettabili. Impossibile spingere nel subconscio tutto quello che in questo universo ci assilla. Se c’è un legame tra la purificazione dell’essenza di un essere e l’avvicinarsi della sera, sicuramente è in questo momento che avviene, in una stanza dai riflessi bluastri e celesti... La sera è la nostra unica speranza di comprendere l’universo. Sia che conferisca tormento o quiete dobbiamo accettarla come un dono ancestrale alla miserabile esistenza che la razza umana conduce in questo spazio ed in questo tempo.

La sera è l’universo stesso. La nostra unica occasione di purificazione.
Semplicemente… non sprechiamola mai.

_Lord Hol Napult_

Paris. 13/11/2015

Sad-face-in-paris

…open compiler
….new file
.. edit..

int main() {
// INIT
string userInput;

string msgMrRobot = “Un bug non è mai solo un errore.\n
Rappresenta qualcosa di più. Un errore nel modo di pensare. 
Molti programmatori pensano che debuggare un programma 
significhi sistemare un errore.\nMa è una stronzata. 
In realtà lo scopo del debug è solo trovare l’errore, 
capire perché ci sia quell’errore, tanto per cominciare 
e sapere che non è un caso che esista.\nViene da te per 
consegnarti un messaggio, come un’inconscia bolla che 
fugge verso la superficie e scoppia, rivelandoti qualcosa 
che hai sempre saputo.\nNon so perché sto dicendo tutto 
questo. Forse è perché sono drogato con qualche sostanza 
legale con la quale gli spacciatori fanno soldi oggigiorno.
\nMa di solito è perché lo sento arrivare. Il ronzio di 
un insetto che arriva verso di me per tutti i piani 
finché mi obbliga a prendere una decisione”;

// GET - apply replacements
msgMrRobot.CustomReplace("debuggare","distruggere");
msgMrRobot.CustomReplace("debug ","esercito militare");
msgMrRobot.CustomReplace("bug","Attentato");
msgMrRobot.CustomReplace("programmatori ","politici");
msgMrRobot.CustomReplace("programma","paese");

// SET
cout << msgMrRobot << endl;
cout << "what do you think?" << endl;

// GET - user input
cin >> userinput;
cout << "user input is:" << userInput << endl;

// RET
return -99;
}

……compiling…..
…program compiled successfully.

mrrobot

 

Cordoglio alle vittime di Parigi. Possiate vegliare laddove l’uomo non riesce, non vuole, o non può.

ribbon-black_68

_Lord Hol Napult_

Impossibile Esistere

Space StarsFuori piove, da giorni, da mesi, forse non ce ne eravamo mai accorti, forse da anni. Uno trascina la propria vita nel tempo, a volte la domina, a volte ne è vittima travolta, e a volte semplicemente attende qualcosa che non arriva mai, qualcosa di magico o di tragico, di sconvolgente o di incantevole. Il problema e’ che attende, a volte, tutta la vita.

La “routine“, cosi come la concepiamo nel 2013, significa azionarsi la mattina, eseguire il cerimoniale della vestizione e del lavaggio, conquista(?) ormai consolidata nel tempo, procedere verso un mezzo inquinante e sbilanciato per raggiungere luoghi di maggiore o minore prestigio e potere, non fa differenza; dopo questo la “routine” prevede l’esecuzione di compiti più o meno ripetitivi, a volte inutili, a volte utili, ma per chi? Questo ci permette di dire a noi stessi, oggi abbiamo fatto qualcosa di utile, e abbiamo fatto il nostro dovere.
Ma per chi? Forse per giustificare l’alternativa inutilità dell’esistenza, la nostra esistenza. Ci diamo anche dei prezzi, delle cifre maggiori o minori per valorizzare le nostre azioni.

A volte queste “mercificazioni” del tempo, il nostro tempo, permettono la “competitività” che da sempre costituisce l’istinto di sopravvivenza degli esseri, degli animali. Chi più guadagna, magari senza alcuna conoscenza superiore, domina e giustifica meglio a se’ stesso la propria esistenza, e ne nasconde abilmente l’inutilità.

Diciamo che vogliamo gettare acqua sul fuoco e placare il nostro istinto di auto interrogazione, con la “routine”. Tuttavia il chiodo è fisso, e l’indomani la domanda si ripresenta: perchè esisti? E perchè in questo modo, a questo livello? Perchè hai bisogno di questo, tutto questo, per dirigere la tua vita, o più semplicemente, per vivere?
Difficile a dirsi, e qui la maggior parte dei filosofi, teologi e praticoni del caso getterà un timbro sull’argomento, definendolo obsoleto(?), adolescenziale, pazzoide. Ma la loro Risposta dove è?
Semplicemente il loro “chiodo fisso” l’hanno cementato per dimenticarlo, e il loro sguardo l’anno distolto con distrazioni di ogni tipo…

Orbene, diamo un fine a questo discorso completando la seconda fase della giornata. Si chiude la cassetta degli attrezzi, o il libro, o si spegne il computer, si è stanchi, ci si guarda intorno inebetiti cercando qualcuno da salutare, altro cerimoniale per comunicare al nostro subconscio che per oggi abbiamo eseguito il nostro Grande Compito, e da li in poi si volge al termine, cercando l’uscita. Forse qualcosa è cambiato tra l’inizio e la fine della giornata, ma non La Domanda e non abbiamo trovato La Risposta.

E questo ci tiene forse in vita. L’indomani sarà un altro giorno a cui demandare La Domanda, ed anche la speranza di trovare un briciolo della risposta.
E poi c’è tutto il resto. Forse non rimane più molto tempo per pensare, nel 2013, ma questo ci fa trascorrere il tempo in modo armonioso. Fino a che la demenza senile e la caducità del nostro stesso sistema ci costringeranno ad emettere una sola e frettolosa Grande Risposta a cosa la vita, la nostra vita, è servita.


Confido che in quel momento, tanto vicino o tanto lontano, ci sia qualcosa di meglio di una banale risposta formulata tra denti stretti e un corpo sofferente che cerca frettolosamente qualcosa, cosi come si cercano le chiavi prima di partire per la “routine”…

Gollum

Se giungerete alla conclusione a cui giunsi io, forse la Risposta è l’Impossibilità di Esistere, a meno di avere una scelta, una singola scelta, che cambi in qualche modo l’Universo nel bene o nel male, in funzione di essa.

_Lord Hol Napult_

Poesia: Fluenze Dorate

Fluenze_Dorate_1996
Giace silenziosa la sussultante distesa

aspettando fluente il giungere
d’un caldo Sol levante
che la possa sublimare
in un riflesso di acque dorate,
assorbenti dall’aria
la pungente lucidità
d’un fresco mattino.

E qui, l’intero universo s’affida
a Colui la qual Solea visione
diffonde le trascinanti sensazioni
tese a far sorgere li onesti valori
fin dall’origine all’oggi
d’Umanitas Eterni.

Lento trascinarsi d’acque
e calmo passeggiar di pensieri
ove s’irraggia l’aureo riflesso
e dove si schiude la mente
di luce e pace sì conseguir

E affioran grandi stì onesti Valori
riportando la compiuta pienezza
di un evanescente immensità
che infonde a ogni attimo fuggente
il sapore di una vita
dov’è il vero amore a comandar.

-Lord Hol Napult- Feb. 1996

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