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Archive for the ‘ vita ’ Category

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All’inizio è solo distrazione. Non vuoi ammettere di essere proiettato verso una realtà che ti stravolgerà l’esistenza e pur sapendo che sarà un esperienza indimenticabile, cerchi solo di non pensarci troppo.

Pensare in realtà significa farsi prendere un po’ dal panico. Il panico naturale e ribollente che si assapora prima di avere un figlio.

Passa qualche giorno, qualche mese, e inizi ad affrontare la cosa cercando conforto nella moglie (o compagna che sia). Qualche libro, per curiosità ed anche per sopprimere l’ansia, lo leggi. Cose del tipo, essere mamma, diventare mamma, la salute del bambino… parole chiave di un mondo che non ti è appartenuto fino ad oggi.

Arrivano i primi esami “di verifica”. Oramai siamo piuttosto avanti con l’età e le statistiche, bastarde e infide, minacciano la tua stabilità interna con annunci sui mille problemi che un nascituro può avere, genetici, mentali, di postura, di costituzione, di pelle. In TV ti vengono proposte tutte le forme di vita umane con stranezze e gravi problemi ormonali. Speri che non tocchi a te, ma in realtà speri che nonostante quelle persone risultino perfettamente capaci di amare e sorridere, quello che non saprai affrontare è l’enorme spesa economica e di tempo che una complicazione richiede. Il mondo in cui viviamo, se è stato a misura d’uomo per qualche tempo, beh.. ora non lo è più, e la sensazione di schiavitù sociale dovuta a tasse opprimenti e servizi scadenti, assistenza zero… è troppo.

I pensieri di una sola sera non possono essere sufficienti per gli esami “di verifica”. Con la clausola del fatto che si tratti di solo “screening” e quindi mai una certezza o un dato reale. “Reale”… “Neo, definiscimi la realtà…”. “No Morpheus, non questa sera!”.

Si avvicina il periodo e tutto sembra comunque andare bene. Ma la notte non è più tranquilla. La notte non è più una notte di quelle spensierate e giovanili, quando di preoccupazioni non ce n’erano, e si poteva ascoltare il canto dei grilli seduti in terrazza al fresco della luna.

Il B-Test, ennesimo parto della società moderna, è andato male; se non fosse per il fatto che in fondo al calcolo semi diagnostico c’e’ un moltiplicatore che aumenta il rischio in base all’età. E’ come prendere 6 al compito, ma se avete più di 37 anni il vostro voto si dimezza. Chi non riesce ad interpretare bene questo fattore sprofonda nel panico, un panico da cui si risolleverà semplicemente con ulteriori esami molto più costosi e rischiosi, come l’harmony test o peggio, l’amniocentesi, un esame che pone un rischio teorico come quello del B-Test in un rischio REALE di aborto del 2%. Roba da pazzi, è come se chiedessimo ad un ceco di indicarci quando attraversare la strada.

Perse anche quelle notti, dove la donna presa dalle sue fatiche e afflitta da queste ansie capitola senza pietà in tutti i timori e le paure dell’universo, l’universo stesso ci introduce in un transito silenzioso, illusorio, esagitato. Un periodo che ricordo vagamente perché applica la ebbra magia dell’attesa di una burrasca. Nessuno dice nulla nel mese pre parto. E’ come vivere dentro una bolla d’aria che vaga nel profondo dell’oceano, alla ricerca di una riva, o di un luogo dove riemergere.

Arriva il mese del parto. Qualche complicanza che oserei dire naturale ci porta anzitempo presso gli ospedali. Ah, gli ospedali… nel 2017 sono un costrutto perfetto della situazione sanitaria attuale. Meno parti cesari hanno e più prestigio hanno. Meno personale anno, e più introiti fanno. Parliamo con qualche infermiera e ci confessa la sua nona o decima ora di lavoro… ci mostrano l’area parto e notiamo che sono poltrone super accessoriate, ma circondate da cassetti. La sala è quindi magazzino, luogo di gestazione, e una sedia per coloro che attendono. C’è tutto comunque, ma non c’è la tranquillità di chi ascolta. Solo ansia, un ansia perenne che stanca il fisico e disturba il sonno. C’è anche felicità, ma sono rari barlumi di quando sarà tutto finito, o iniziato.

Infine ci sono io, il raccordo perfetto che compensa ogni negligenza della sanità nazionale; dai pasti senza acqua, ai capi di abbigliamento di ricambio, al supporto affettivo, psicologico, morale, fisico, integrativo per ottenere assistenza quando il personale è sparpagliato per la corsia, e molto altro.

Si arriva alla settimana clue. La prima settimana di questo tipo per coloro che hanno il primo figlio. Ricordo ore ed ore a guardare la parete, chiedendomi quando fosse l’ora giusta, e come sarebbe stato dopo. Esploro senza ostacoli tutta la corsia, anche se l’aria da ospite indesiderato che si ha in quei posti è omnipresente. Ci fosse almeno un parroco con cui chiacchierare. Al massimo un estracomunitario che non parla la mia lingua, e che comunque è già circondato da bambini e impegnato abbastanza a gestirli. Poi un albanese, uno zingaro, un nero, un cinese, ed infine un abitante delle pianure del posto… accidenti, sembrano tutti cosi distanti da me.

Il cellulare, vero incubo e grazia dell’era contemporanea, diviene una condanna. Parenti e familiari che raramente sentivi prima ti chiamano ora, con diritto, ad ogni momento della giornata. Tante telefonate, tanti pensieri, tante idee che cercano di compensare antichi traumi e difficoltà passate, per evitare che altri le rivivano. Ma per me non c’è questa cortesia; sono e rimango lo strumento di conciliazione delle paure del mondo verso le direzioni intraprese da altri, e parzialmente anche da me.

Rifocalizzo. Si arriva al giorno vero, quello del parto, un giorno a cui si arriva comunque e inevitabilmente stanchi morti. Ma riposeremo solo quando saremo morti! Te ne stai per tornare a casa dopo una giornata di lavoro, un lavoro che ti sei ostinato di portare avanti per distoglierti dai pensieri e perché le precedenti veglie non avevano portato a nulla. Ma alla sera di quel fine settimana, nella stanchezza finale, le “acque si rompono”.

Donne inesperte tanto quanto i mariti si allarmano. Ora! Ora! No cari, forse, se vi va bene, tra quattro o cinque ore. Ce lo spiega l’infermiera notturna in modo non esplicito. L’ideale durante l’agitazione… altri messaggi suggeriti subliminalmente e avrei potuto fare una strage dal nervoso.

Brutto approccio, lo riconosco, ma nel giro di un ora la donna inizia a delirare e la situazione tracolla. Partono comportamenti inaspettati e ingestibili, incoscienza, dolori lancinanti, monitoring forzato del bambino da contorno, e un generale caos. Si chiama agitati l’ostetrica. Questa assiste un po’, e poi si ritira. Se ne va. Non era cosi che me l’ero immaginato. In un ospedale comunque ci si abitua ad essere abbandonati. Ci vediamo tra un quarto d’ora dicono, e se ne vanno per un ora. Ridicoli. Date informazioni corrette e fate il vostro dovere… ditemi un ora che almeno non penso per 45 minuti dove “c****o” possa essere la persona.

Passano altre ore, sempre più difficili, un crescendo. Non si dorme, si urla. Dolori lancinanti ai reni e alla schiena, altro delirio incontrollabile dalla donna. Nel mio non so esattamente cosa fare, e vado a cercare il personale. Arrivano, vedono, controllano il monitoring, dicono quattro parole che ignoro, forse perché del tutto di circostanza. E se ne vanno. Di nuovo.

Ci caliamo nella notte da soli. In due contro l’universo, in attesa del terzo. Forse la famiglia nasce in quell’esatto momento, quando la moglie non risponde più di sé, il bambino scalcia tra il sangue e i tessuti rotti del ventre, ed il padre osserva e vigila nel limite delle sue possibilità, come un corvo sul ramo più alto di un albero ormai secco. Bisogna attendere. Attendere mentre tutto sembra cadere a pezzi… spiritualmente.

Ora il delirio assume forma e spirito, davvero lancinanti e sgraziati. Mi stordisce. Leggermente Allarmati sbucano dal nulla e ci trasferiscono dalla branda buia alla sala parto. Incredibilmente vediamo la moglie, mai a senno in quegli attimi, camminare fino alla sala. Difficoltosamente sì, ma non c’era d’aspettarselo.

Entro anche io, per ultimo, sono il corvo, sono lo scudiero, o che diavolo sono non lo so. In realtà quelle sono le porte dell’inferno. Se vuoi strappare una vita, è li che devi entrare. Non saprai come uscirai, se uscirai, se non ti perderai dallo sconforto li dentro. Quello è l’inferno di chi ruba dal sangue della terra una creatura. Se la vuoi dovrai lottare, assieme alla tua moglie, e dovrete spargere sangue e sudore, combattere, e sperare di vincere.

Niente da fare. La moglie vacilla i suoi ultimi attimi di energia e causa stanchezza inizia ad urlare. Un delirio placato solo da un’anestetista. Questo figuro che compare solo a metà della bolgia, ha lo sguardo freddo e triste dell’assassino professionista. Infila aghi, infila cateteri, salda con adesivi, ed infine inietta la sostanza stordente. In quell’esatto momento la natura che giocava alla guerra con le persone viene privata del campo di gioco. Ma si tiene con sé la creatura. Non ci sono sconti per chi utilizza le scorciatoie dell’alchimia. Madre Natura indignata si ritira dal campo e minaccia.. torna quando sarai pronto.

Per me questo rappresenta un momento di sollievo. Le urla si annacquano e si respira un attimo di calma. Solo dopo mi accorgo che non era la direzione giusta, e che nelle due ore successive gli sforzi non varranno nulla per vedere la creatura… e le ore passano, inesorabili, lente, inconcludenti. L’effetto dolore ritorna, le urla ritornano, ma la stanchezza non permette più alcuno sforzo.

Ricompare l’anestetista, lo sguardo amareggiato di chi ha già dato troppo. Ed infatti l’ennesima dose rilancia l’attesa di altre ore.. lunghe.. e inutili. Arriva l’alba.

Nessuno ha riposato. Le preoccupazioni, la stanchezza, e il dolore invece si sono accumulati. Un bilico in attesa di tracollo. Giro di personale nell’ospedale. Altre 2 ore di tentativi forzati su creature che hanno dato ormai tutto il possibile. Altre due ore di stanchezza e affanni… inutili!

Ti chiedi se è davvero così che doveva andare. Il cesareo era precluso, infatti si vedeva la testa del piccolo, li, proprio li, a pochi centimetri. Ma era li da due ore! Come si può sbloccare uno stallo del genere!? Nessuno ha la risposta..

Poi ad un tratto, dopo che la pazienza ed i tentativi, a centinaia, sono andati invano, dopo 10 ore di delirante escursus, dopo una giornata durata 34 ore dall’ultimo sonno, e dopo aver visto l’unico motivo valido della propria esistenza sfogare e reprimere frustrazione senza sosta, dopo tutto questo, la sala parto si riempie di persone.

Chi sono? Cosa vogliono? Alcune senza badare a me preparano gli arnesi del mestiere. Una prepara siringhe e siringhe di emergenza, opportunamente scotchate sulla flebo. Due mi affiancano e tengono d’occhio la situazione… del resto io non rispondo troppo delle mie azioni, mentre mi innervosisco… echi ancestrali e demoniaci iniziano a tuonare nell’aria.. le pareti scompaiono, la stanza volteggia verso cieli in tempesta, e tuoni e lampi e clangore di armate in ogni dove. L’argano, è in posizione di tiro. Si aspetta semplicemente il segnale.

Eccolo! Urla rimbombano per le stanze, mentre una valchiria tira come fosse una fune, mentre un’altra preme forte il ventre, mentre altre assistono e stringono la moglie nel suo ruolo. Pochi secondi, il tempo di una folata forte di venti del nord, e poi silenzio…

Lo stanno strappando in 6 dalle radici dell’albero della vita verso un mondo di cui nutro forti dubbi… ma quella è la strada!

Poi un altro tuono, e di nuovo l’inerpicarsi dell’ostetrica che tira in fanciullo incastratosi tra due mondi. Le altre partecipano e sforzano, premono, schiacciano, bloccano. Qualcosa mi tiene inchiodato alla sedia. Ero stato rammonito dall’alzarmi.. mi stavo autocontrollando e autobloccandomi. Quella era la mia 35esima ora.

Di nuovo la fredda calma. L’infermiera più in basso inizia ad anestetizzare e tagliare, come un macabro tessitore di fronte ad una tela di carne… il sangue a fiotti trasforma la sedia da parto in un altare sacro e violento. Un rituale di forte impatto visivo, mentre la freddezza del momento congela ogni sussulto. Le labbra secche da ore di quella notte sono ormai distinguibili anche dalla penombra sul volto della moglie; ho visto un risultato del genere solo nei film dove si attraversava il deserto, e non credevo certo che si trasformassero così in sole 10 ore..

Un ultimo segnale arriva. Il macabro quadro si rianima, l’infermiera di fronte tira senza sosta, quella sopra preme, le altre stringono la moglie che urlando e delirando si incurva e spinge… l’ultima, la carnefice del taglio, è la prima ad accogliere la creatura che ne esce. Un piccolo essere rosso sangue e bagnato, impaurito, allungato senza che gli fosse stato chiesto dopo essere stato raggomitolato su se stesso… e silenzioso.

Uscito, il tempo si ferma. Le ostetriche si lasciano sfuggire un sospiro. Il muro di medici si dirada, mi alzo, guardo la moglie, guardo la creatura…. Silenzio… mentre il respiro si ferma capisco che qualcosa deve succedere o non sarà comunque una cosa facile. La moglie urla, esausta, “perchè non dice niente!?”.

Non arriva nessuna risposta dalle infermiere mentre si riassestano e ricominciano a riprendere le loro normali posture.

“ggh eeeeeeh!”

“Oh cavoli! E’ Vercingetorige Primo! E’ nato! E’ vivo!”

 

Ci sono poche cose che muovo il mondo. Ci sono poche verità che scuotono le radici della terra. Ci sono poche cose che portano al cuore delle persone. Queste cose non sono irraggiungibili, sono sempre parte di questo mondo… il prezzo da pagare è avere il coraggio di scendere all’Inferno, per poi fare ritorno. Un prezzo che vale la pena … ve lo assicuro.

ps: nomi, luoghi, riferimenti e altro sono parte della fantasia, colorita e imprevedible, dell’autore.

_Lord Hol Napult_

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Ave o genti disperate nel mare dell’esistenza,
anche oggi sono qui per trasformare l’incapacità comunicativa dell’essere moderno in qualcosa di originale e semplice al contempo, per spremere nell’ego più profonto della vostra e mia timidezza quell’ardito coraggio che ci impone di innovare, proseguire e creare, sempre e comunque. Inutile quindi aggiungere che usciremo dal nostro campo, punteremo verso altri campi, e vinceremo, qui, ora e per sempre.

Scherzi a parte quest’oggi realizzeremo una semplice crostata di marmellata. L’idea originale era quella di creare la “classica” crostata, ma a causa di un incoveniente che vedremo a breve ho dovuto inventare qualcosa di più immediato.

Come tutte le ricette che si rispettino, subito gli ingredienti necessari:

  1. Una confezione con l’impasto per fare la crostata (ne esisteranno anche tra 1000 anni)
  2. 1 uovo
  3. 4 tipi di marmellate
  4. 1 panetto di butto (125g)
  5. Un pò di farina per lavorare la pasta
  6. Tortiera con coperchio apribile
  7. Una terrina di plastica
  8. Strumenti vari per maneggiare la pasta, come coltello, forchetta, rullino.

La prima cosa da fare è pulire con spugna e straccio il piano di lavoro, dove capiterà di posizionare la pasta. Ovvio lavarsi pure le mani e adottare accorgimenti igienici del caso, tipo fare un bidet..

Una volta pronti versate la busta delle torte nella terrina, poi l’uovo, infine 85g di burro riscaldato, se possibile, 30 secondi al microonde a 800w (deve uscire molle, non liquido).
Siccome il primo approccio è appiccicaticcio, mescolate con la forchetta rompendo il tuorlo e tagliando il burro.

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Una volta divenuto solido toglietelo dalla terrina e appoggiate sul tavolo, con della farina sul fondo, per essere più pratici nel maneggiare l’impasto.

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Dopo poco l’impasto dovrebbe iniziare a diventare una solida palla; ad ogni modo tocca alle mani spremere e strappare l’impasto per 10 minuti, fino a farlo diventare un flaccido e malleabile blob, privo di grumi possibilmente (ovvero usate la forza e spremetelo e appallottolatelo varie volte a mano).

Ora prendete la tortiera e con i 40g di burro rimanenti imburrate tutto il fondo e almeno 3 cm del bordo. Infine gettate dentro una manciata di farina e distribuitela alla maniera dei vecchi ricercatori d’oro con i loro setacci. Questa operazione si rivelerà fondamentale per trasferire la torta dal punto A al punto B una volta cotta (ovvero non si attaccherà al fondo).

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Tornate al panetto e fate un rotolone. Tagliate 1/4 della sua dimensione che sarà adibita a creare la decorazione, mentre i rimanenti 3/4 finiranno nella tortiera. Non rovinate il tavolo, si taglia anche con il coltello al contrario!

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Modellate quindi l’impasto nella tortiera. A causa di queste mode vegane, macrobiotiche, biologiche e puerili, il mio impasto era invero pasta di riso, o qualcosa del genere. Il risultato finale infatti era una scarsa elasticità e quindi la tendenza a rompersi ad ogni operazione successiva.
Poche imprecazioni dopo ho deciso di fare una modellazione direttamente nella tortiera al meglio delle mie possibilità. Per prima cosa distribuite i 3/4 di impasto fino a raggiungere i bordi. L’obiettivo è coprire tutta l’area e fare dei bordi lungo tutta la tortiera alti almeno 2cm.

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Siccome il malefico impasto non aveva nemmeno una proprietà utile allo scopo, ho dovuto utilizzare cautelamente il rullino

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Prima di dire “ok all’impasto!”, fate dei fori con la forchetta che servono a favorire una cottura omogenea ed a gestire i liquidi in gioco durante la fase nel forno. Nota: se volete ora potete iniziare ad accendere il forno come indicato sotto, per ottimizzare i tempi.

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Il bordo è stato alla fine ottenuto, e laddove non riuscissi a colmare con la pasta presente, ne ho rubato un angolo all’altra sezione, adibita originariamente alla decorazione. Successivamente ho compreso di non riuscire nemmeno a fare le striscie tipiche della crostata, a meno di diventare un saggio buddista shaolin concentrato sul suo “om”, e quindi..

Prendete la pasta delle decorazioni e fate delle striscie divisorie alte 1 cm circa che separano la torta in 4 parti, non necessariamente uguali. La giunzione delle stesse può avvenire anche unendo pezzi che si sono rotti mano mano..Ora prendete le vostre 4 confetture ed assaggiatele, tutte e 4. Decidete quale confettura vi piace di meno e adibitela agli spazi minori. Solitamente però alcune confetture saranno di vostro gradimento, ma non lo saranno per i vostri familiari. Iniziate a depositarla nella sezione.

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Procedete fino alla fine delle confetture. Occorrono 4 cucchiai se volete fare le cose per bene.

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La marmellata è un elemento importante della vostra torta. Sceglietela con cura e sarà un asso nella manica per un risultato finale dall’ottimo all’eccelso!

Dunque, avevamo detto che la pasta era difficile da lavorare. Non vorrete certo buttarla? Fate quindi dei cerchi, un po’ come vi riesce, e dei piccoli “batteri”… credo che questa immagine vi sia di aiuto.

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Ottenere queste forme è un compito facile anche per le paste di riso. Compiuto il suddetto lavoro è tempo di distribuirle disordinatamente ma equamente nella vostra torta. Ricordate solo di non avvicinarli troppo in quanto nel forno è prevista una parte di espansione degli stessi, dovuta a lievitazione.

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Ci siamo! Occorre predisporre il forno così..

  • 190°
  • Statico (nessuna ventilazione)
  • Cottura dai 25 ai 35 minuti

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Una volta cotta la nostra crostata avrà questa grezza e colorita sembianza, ma il gusto sarà di gran lunga migliore di molte torte più articolate e sfarzose.

La crostata è la vera ragione di vita della cucina dolciaria!

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E come ogni microscopica sezione di virus che si rispetti, abbiamo i vari liquidi colati dove i batteri e le forme di vita microscopiche interagiscono e si riproducono senza sosta alcuna. Mi spiace comunque deludervi ma qui  non si riproduce nulla, e una volta appoggiata sul tavolo questa torta sparirà quasi magicamente dalla vostra cucina.

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Non posso comunque lasciare incompiuta questa ricetta senza i necessari consigli per una migliore degustazione:

  1. Dopo il forno la torta deve riposare all’aperto per 2 ore.
  2. Se avanza tenetela in frigo e mangiatela il giorno dopo a colazione. E’ pure meglio della versione sfornata.
  3. Non prendete la pasta di riso; per lo meno preferisco quella normale che assume anche maggiore doratura.
  4. A volte si può utilizzare anche un uovo grande e uno piccolo per migliorare il sapore, ma l’impasto sarà più difficoltoso
  5. Se volete ottenerere il massimo inserire un goccio di grappa nell’impasto quando avete ottenuto la palla omogenea. La grappa arricchisce il gusto della farina e non si sentirà più di tanto.

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Questo è tutto.

Sopravvivete ed adattatevi. Questo fanno i virus ed i batteri!

_Lord Hol Napult_

La Cavalcata Oscura di Wolfgar

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L’alito greve e caldo si affannava tra le briglie come nebbia tra i rovi.

La tensione e la quiete si fondevano nell’aria come se fossero unite dall’eternità, un miscuglio di echi lontani e fili d’erba e foglie, leggermente mosse dal vento, erano gli unici suoni udibili a centinaia di miglia. E nella vallata un cielo nero e minaccioso, carico di pioggia ma in una surreale paralisi completa, attendeva qualcosa di assolutamente inafferrabile.
Un lato della collina era invaso, o forse posseduto, da un’intera armata di cavalieri nero vestiti. I loro sguardi erano talmente grevi e freddi che se fossero stati visibili da dietro quegli elmi avrebbero assorbito ogni raro sprazzo di chiarore che si travisava tra le nubi, gettando un’inquietante oscurità ovunque.

Sudore e goccie di pioggia finissima scivolavano sulla muscolatura robusta e tesa di Wolfgar, un cavallo nero come la pece, gigantesco ed imponente, vero e indomito erede della dinastia degli Shire.
Un tuono eccheggiò lontano stracciando nubi e luce in una coreografia gotica e decadente.
L’attesa, secondo dopo secondo, strappava lembi di tempo che laceravano cuoio teso, prese nervose su else e sangue, sempre più frenetico, adirato in quelle piccole vene insufficienti.

E mentre l’alito greve vaporizzava il suo millesimo soffio, mentre un guanto armato smuoveva la cinghia di fissaggio stretta all’armatura, mentre una goccia ingrossata nel cielo prendeva spinta infrangendosi sull’umbone di uno scudo, e mentre una coppia di fili d’erba, da giorni uniti dalla bava di una lumaca, si staccarono lanciando rugiada sul terreno, una punta di lancia, minuta e sbiadita, comparve nel cielo grigio dell’orizzonte, saltellando ironicamente e fermandosi, distante ed immobile, sulla collina opposta.

Subito dopo altre 200 lancie fecero lo stesso balletto blasfemo, ricoprendo l’orizzonte con decine di pungoli stagliati verso il cielo, come fossero cime di pini nelle immense vallate norvegesi.

Due fronti, imponenti per numero e stazza dei loro condottieri, erano ora statue immobili nel vorticoso roteare del nulla, un vento che da arbitro maledetto fendeva ora i corpi di un’armata ed ora gli altri, deridendo e sospendendo il respiro di ogni essere vivente presente in quel macabro scorcio di terra.

Il silenzio, disturbato solo da pioggia che tintinnava qua’ e la’ su elmi levigati, aggravato da tuoni e lampi lontani, forse come gorgogli di una gola che aveva inghiottito il mondo, era nel suo freddo vorticare l’unico vero protagonista di un quadro immobile.

Passò un tempo indefinito prima che lo stendardo del corvo nero si inclinò in avanti sfidando lo stendardo del drago dei mari, seguito subitaneamente dal suono di un corno antico e sgraziato.

Uno strattone possente inclinò la morsa di Wolfgar che reagì, indomito e ribelle come tutta la sua stirpe, mordendo ed allungando la cinghia verso il nemico. Immediatamente i fianchi vennero percossi dal cavaliere ed i muscoli vigorosi e nervosi sotto al manto nero fecero una leva robusta sulle gambe posteriori. Sembravano corde d’acciaio pronte a trainare via un monte dalla sua valle.

Il terreno, infangato ed erboso, ricevette presto il peso imponente di uno stallone in principio di corsa. Ogni singolo lembo di terra sotto a quella leva si mosse sfaldandosi e raggrumandosi, come se un miscuglio di burro e pece ricevessero un sasso lanciato con forza.

La carica iniziò. Vento e pioggia non erano che forze inferiori dietro al rombo energico di 200 stalloni armati in carica frontale su entrambe i fronti. La distanza prima dell’impatto, altro non era se non una breve e fastidiosa scocciatura, prima che fragore e violenza e divina purificazione si fondessero in un estasi di sangue ricolmo d’ira.
Il freddo non veniva più percepito da alcuna creatura di quei due fronti. Sangue del Nord, rosso e scuro, ribolliva come veleno infuocato inebbriando come un fiume di pece ogni legamento, ogni muscolo ed ogni osso.

Nel cielo il banchetto degli dei norreni aveva inizio, e tra urla e grida tuonanti, tra fulmini e fasci di luce che trafiggevano le nubi, orde di valchirie turbinavano attente nell’etere, pronte a cogliere l’anima di grandi guerrieri prima che fossero catturate da altri dei. Due le guerre sopra quel singolo lembo di terra violata.

Wolfgar inarcava colpi talmente lunghi e violenti da far tremare il suolo, mentre spazio e tempo rincorrevano la sua foga nella vallata. Ogni singolo muscolo si muoveva con tale grazia e coordinazione da sembrare l’esempio meglio riuscito nell’arco di millenni di evoluzione della specie. La pelle nero corvina, che ricopriva aderente tutti i muscoli, squoteva goccie nell’aria come un salice piangente sopra uno stagno dopo un temporale. Le goccie che invece cadevano dal cielo colpendo ora il collo, ora il fianco, rimbalzavano alla maniera delle antenate che colpivano l’elmo di ferro levigato.
Il cuore della bestia pompava sangue a litri, mentre la corsa diveniva sempre più una disperata cavalcata verso l’ignoto, come fosse inseguito da orde di demoni antichi e terrificanti, capaci di smuovere oltre ogni limite le paure di un essere vivente.
Gli occhi erano invece concentrati, cupi e fissi sull’orizzonte, e dai grandi iridi si rispecchiava un’orda avversaria con innumerevoli punte rivolte verso il cuore.

La corsa disperata sarebbe presto terminata in uno scontro, violento e mortale, e questo era il destino a cui tutti in quella vallata andavano incontro. Non c’era onore, ripensamento, paura od orgoglio in quel luogo. Non c’era neppure coraggio, fratellanza o codardia. La corsa irrefrenabile era ormai solo un elemento, come la terra o l’acqua, e niente avrebbe cambiato le sorti se non il fato stesso, vile e subdolo come solo la memoria sa ricordare.
Mentre i muscoli si tendevano e si rilassavano in un turbine di follia, mentre il vento salutava per l’ultima volta la vita di quegli esseri viventi e mentre il suolo si distruggeva e si modellava per l’ennesima volta a quel momento storico, la corsa di Wolfgar non accennò a rallentarsi.

Passarono pochi secondi, forse centinaia se visti da dietro un elmo, forse pochissimi se visti dalle fronde di un albero circostante. Ma essi passarono, e poi ci fu solo sangue.

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Wolfgar incrociò sulla spalla destra la prima lancia che saettò sulla sua muscolatura lacerando il manto, ma fu rifiutata come acciaio su acciaio dai muscoli tesi. Parecchi stalloni, guerrieri e lance caddero dietro alla sua carica mentre il tessuto pregiato e nero corvino si lacerava in zampilli di sangue e tagli superficiali. Dietro di lui una mazza chiodata roteava a destra e sinistra inclinando elmi e distruggendo scudi, teste, braccia, colli e crani di stalloni inferiori. Gli zoccoli calpestavano legno e carne, e il fango si colorava di rosso mentre ad una ad una le armi in metallo si accasciavano sul suolo.
Wolfgar trapassò la linea schierata sul suo passo sbattendo ogni ostacolo a dieci passi di distanza ed,  una volta uscito dal mucchio, si riprese per un ennesimo assalto in virata destra. Nel centro della battaglia bestie e animali si dimenavano come anime all’inferno. Il trionfo della morte e del sangue vomitava in quella vallata i suoi emblemi più significativi, e già si vedevano nel cielo altre spade e ali di arcangeli pagani dimenarsi tra le anime che ascendevano.

Le due guerre erano nel fulcro dell’azione.

La seconda tornata fu ancora più devastante della prima. Presi di spalle numerosi cavalieri caddero senza sapere da dove calasse la folgore. Singoli colpi violenti penetravano le loro schiene, a livello del collo, e subito dopo masse informi e prive di intento si accasciavano al suolo con il cranio forato.
Il mucchio stesso fu sbilanciato dallo stallone che caricava con i muscoli tesi e feriti, capaci di generare violenta forza sia per l’intento che per il dolore via via più lancinante.
Non vi erano più tuoni o pioggia o vento nell’eco della vallata, solo grida, metallo, zoccoli e rumore di impatti violenti.

Il tutto durò pochi minuti, o forse infiniti se vissuti dagli occhi vitrei di una carcassa ammassata al suolo mentre il sangue caldo pulsava ancora nel fango e nella pioggia. L’orizzonte cosi carico di forme nere ed in armi, era ora un guazzabuglio di carcasse, feriti e movimenti affaticati.
Poco più in là una sagoma nera e cupa si delineava come una macchia nel cielo, ansimando vistosamente ed ancora in preda a raptus di follia omicida, con i nervi ormai fuori dal controllo che rizzavano o distendevano arti come se la pazzia fosse loro compagna.

Wolfgar era fermo, ora, nella quiete della morte che aveva raggiunto cosi tante anime, e nonostante questo vegliava silente ed impassibile l’intera opera di distruzione li vicina. Sopra di lui il cavaliere si guardava intorno, tuonando di tanto in tanto sentenze di morte per dei moribondi che si muovevano nel fango, e subito una lancia interrompeva ogni sussulto.

Il vento era tornato a riprendersi gli echi della vallata, mentre la pioggia si intensificava ed i tuoni si avvicinavano ai loro bagliori. Corvi e lupi si avvicinavano dal profondo dei boschi, pronti a saziare la loro sete in una blasfema collina tinta di rosso.

Il tempo delle battaglie non era che cominciato. Il tempo del sangue non era mai finito.

E mentre gli ultimi respiri venivano esalati da corpi morenti, una fitta pioggia purificava il mondo dalla sua violenza, senza che ci fosse più alcun tintinnio metallico o corpo caldo di vita ad accoglierla. Solo fango, erba e desolazione.

 

Nota: Testo scritto da LHN. Frammento di evasione neurale notturna di incredibile e vivida lucidità. Grazie per la lettura.

_Lord Hol Napult_

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In questo mio trattato, a lungo ponderato tra le righe dissonate della mia umile esistenza, vorrei porre a lor signori il punto dell’attenzione più acuta a cui possano essi accedere, nella speranza che il verbo elargito con così blanda parsimonia, non vada sprecato in semplici ed inutili sinapsi dell’uomo medio bigotto, bensi si assesti nelle camere della più elogiata area riflessiva delle menti in ascolto.

Viviamo in un era in cui frenesia e risultato hanno spesso la meglio soverchiando ogni labile e leggermente abbozzata linea di interconnessione tra una causa ed un effetto. Linee di questo tipo rendono ricchi uomini che ne sanno dell’esistenza, e avantaggiati quantomeno tutti coloro che ne individuano la logica. La linea di cui vorrei evidenziarne le ritmiche ripetizioni, miei cari spettatori, è il fievole legame descritto in titolatura, ovvero ciò che connette la mala politica alla defecazione canina.

Nonostante sia alla mercè di ognuno sia l’una che l’altra evidenza, risulta arduo all’uomo comune e poco accorto percepire l’interconnessione che esiste tra queste due realtà. Io, in qualità di vate mondano, accompagnerò, seppur solo verbalmente e spiritualmente, le vostre signorie, verso la luce della ragione e della verità.

E’ noto che il giovane virgulto moderno sia quotidianamente proiettato in una faticosa ricerca del posto di lavoro che più gli si addice, considerata la maggiore età ormai raggiunta e le importanti conoscenze acquisite in ambito scolastico dopo numerosi anni di studi. Tra queste conoscenze come non ricordare il paradigma de’ “il più veloce vince tutto”, “il più forte è il migliore”, e anche “se affabuli il professore hai la strada spianata per tutti gli anni”, ed infine “se non sei capace basta pagare per ottenere tutto”.

Questi insegnamenti intrisi di triste verità si contrappongono al vero scolaro coscienzioso che adopera mente e corpo per immergersi veramente nel “concetto”. Seppur una volta uscito dall’istituto scopra che il concetto stesso non serve se l’economia è zoppa; scopre oltresì che se “conosci la persona giusta, come in sede scolastica, le porte si aprono più facilmente”.

Lungi da me nascodere o decidere cosa di questi flaccidi comportamenti moderni vadano ostacolati o condannati… no, mi limiterò ad analizzare lo status quo dell’individuo di nicchia, il non “raccomandato”, il coscienzioso, il capace neo disoccupato.

Orsù, giorno dopo giorno, l’individuo sottoposto a stress mentale ed emarginato dall’economia “che rende liberi”, “che rende indipendenti”, incontrerà per attitudine o forzato effetto, l’apparecchio mobile cellulare. Tale strumento di persuasione e addomesticazione di massa consente alle persone di ripiegare i propri disagi in un piano parallelo, fatto di sorrisi e faccine gialle, telefonate inutili, foto con panorami laddietro o monotoni o inquietanti, e così via. Ciò che si cristallizza nell’archiviazione digitale di massa è in realtà la solitudine, il disadattamento, l’impotenza di fronte ad una società gommosa, che rimbalza ogni cosa, e non da risposta alcuna.

Perchè studiare tanto svariate materie se qui, in modalità “sopravvivenza on”, non serve altro che pane, cemento e sanità? E perchè non risulta possibile trovare la propria strada nel mondo?

Lungi anche in questo caso da me cercare di dare risposte sensate. Le domande sono giustissime, ma le risposte sono molto in là da ogni giustificazione. Ma procediamo con il nostro percorso mentale…

L’individuo si tramuta piano piano, giorno dopo giorno, nello zombie moderno. Il rifugio ed il rifiuto della realtà passa per il telefono mobile cellulare. Ogni attimo in esso non fa sentire il peso dell’esistenza inadattata nel presente, che senza fronzoli ulteriori, ripete “non ho bisogno di te, non ho bisogno di te, non ho alcun bisogno di te!”.

La sindrome si protrae dai luoghi di studio alle strade. Chini “nella” periferica che rende “liberi 2.0” ci si incammina verso ogni luogo, e verso nessun luogo. Li il primo contatto si delinea laddove il distratto passante cellularotico sovente preme l’organica defecazione canina!

Tale momento è simbolico, un cerchio che si delinea ma non ancora del tutto chiaramente…

Scrutiamo ora con occhio rapace l’altro lato della società. E’ noto infatti che madri disperate e talvolta separate abbiano un figlio disoccupato e sintomaticamente legato e condannato al sistema mala politico in cui vive. Pensate ora alla psiche della giovane donna, con un lavoro fantoccio che non gli è mai piaciuto, ma preoccupata del suo pargolo, del futuro e comunque afflitta dalla spaventosa paura di aver perso gran parte della vera giovinezza, quella in cui spensierati si correva ignudi o quasi nei campi di grano, senza pensiero alcuno a disturbo della propria giornata… Ah, che vita era quella!
E’ noto che ogni tanto la reazione femminile non è sufficientemente razionale, come si potrebbe pensare, ma del tutto isterica e scoordinata. Ed è qui che la donna si circonda di uno o più piccoli fedeli sbava pantofole. Ognuno di essi, solitamente non più alti di 40 cm, ha lo scopo di ricordare la bellezza e la ricchezza che furono in anni simbolici della lontana gioventù.

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Ai tempi si passeggiava per le boutique, si prendeva il tram, si conversava all’ora del thè con le amiche preferite, le più nobili, le più bianco vestite. I cappelli col fiocco a strascio rendevano sinuosi i capelli biondi raccolti da una spilla elegante ed accarezzati dal vento caldo del borgo.

Tutto questo, nessuno sa esattamente come, si traduce oggigiorno in un simpatico Bau Bau.

Mi scuso, ma vogliate prestare ancor un poco di attenzione, e presto arriveremo al dunque…

Ora se consideriamo le continue necessità del tutto legittime del fedele amico di pantofola, ci troveremo presto a dover conciliare la defecazione canina in un ambiente urbano e contagiato da muri strettissimi, auto in corsa, aiuole da 1 mq, vicini irascibili, pareti rimbombanti. Ogni signora ha poi tutto il resto delle operatività ordinarie di una madre e donna, che impiegano il tempo di circa 16 ore giornaliere escluso il sonno e incluso i festivi. E’ quindi legittimissimo e naturale che la madre indaffarata incarichi talvolta il giovine figliuolo di andare ad acquistare i sacchetti per la raccolta di feci canine.

Le probabilità che questo avvenga con successo sono pari alle probabilità che un Comune di qualsiasi cittadella rifornisca le apposite torrette di suddetti sacchetti raccogli defecazione. E’ un pò la stessa probabilità di prendere una trota di fiume al volo con l’esca al cucchiaino, e per volo si intende “volo”…

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Ora, signori e signore, se consideriamo, a fronte di tutto ciò, che per ogni appalto economico mafializzato, si genera un giovine cronicamente dipendente da cellulare mentre, all’angolo opposto della strada, “nasca” una nuova donna con cagnolino, e quindi che risulti decuplicata la probabilità di posatura plantare sulla defecazione animale che la padrona istericamente non raccolse quel dì perchè inviò ad acquistare il sacchetto apposito che nemmeno il comune mise a disposizione e che pure il giovine dimenticò di prendere, afflitto com’era nella propria vita post-scolastica che si rivelò di fatto un’intrinseca delusione poichè nessun  lavoro era disponibile a causa dell’economia rafferma che nulla offriva, dovuta ad anni di mala politica, sperpero, conflitti di interesse, privilegi di casta, oligarchia moderna traslata ed occultata, al fine di elevare chi era sù ancora più sù, e chi giù ancora più giù, mentre il sottomesso volgo, con rammarico generale addolcito, ignorava totalmente ogni causa in quanto intento ad immergersi in giovani mondi alternativi lontani da quello, o ricordi lussusi che furono, o parole al vento sputate da vati e cronisti su Blog di nessuno.

E come queste mie “parole al vento”, egregi signori e signore, mi adopero umilmente cercando di solleticare le Vostre menti ed i Vostri pensieri, così come uno strumento parallelepideico battendo su base metallica trapeziocubica s’ingegna di scalfire una forma nel mezzo che dia indipendenza a colui che un giorno la brandirà.

E che vogliate accogliere o rigettare siddette parole al vento, dipende solo da voi; ma sappiate e badate bene, egregi signori e signore, che un gesto avverso produrrà, inesorabilmente e prepotentemente, l’aumento di defecazione canina sul vostro quotidiano cammino.

Pensate. E camminate al sicuro.

_Lord Hol Napult_

 

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(Play audio for full immersion reading)

Buongiorno signori e signore, se nel vostro ego più recondito avete subito l’influsso di numerose e strumentali trasmissioni TV, lasciando che i vostri neuroni fossero invasi di pasta di zucchero e colori sgargianti persino per una scoria radioattiva, e… se volete ora cimentarvi in una opera di cake design dal gusto esotico e dai richiami botanici, colmando quella nostalgia maturata durante l’abbandono della dolce infanzia dove nel vostro giardino godevate del piacere del sole caldo, allora siete nel posto giusto.

Prometto frasi più brevi d’ora in poi. Era solo per scremare i lettori svogliati e lasciare a quelli interessati il piacere della video lettura. Quello che verrà mostrato altro non è che una prova, o esperimento, o tentativo se vogliamo, fatto da persone normali non acculturate se non amatorialmente al cake design. Tutto quello che dovrete fare infatti è armarvi di buoni ingredienti e di 4/5 ore libere. Magari un sabato o una domenica piovosa.

Obiettivo

Creazione della decorazione in pasta di zucchero su una torta margherita. La decorazione consisterà nel creare un piccolo giardino di coccinelle sopra al dolce. Ogni cosa presente nella torta sarà commestibile, esclusi solo degli stuzzicadenti indispensabili alla struttura delle coccinelle. Verranno inoltre creati dei Muffins divertenti con le coccinelle in pasta di zucchero.

Esclusi dalla guida

Creazione di una torta margherita, di una torta margherita al cioccolato e dei muffins. Le ricette dovreste già saperle fare in quanto scritte sulle confezioni delle scatole.

Ingredienti necessari

  1. Pasta di zucchero in 4 panetti (20 x 10 x 3 cm) precolorati: azzurro, bianco, rosso, nero (5 se trovate anche il verde).
  2. Colorante alimentare in gel: giallo (per ottenere il verde) e nero per le antenne.
  3. Zucchero a velo in quantità
  4. Stampini di cacke design: coccinelle piccole, stampini a foglie piccole, stampini a cerchi in 2 misure (medio e piccolo), e stampino do contorno della torta (motivo a vostra discrezione). Infine stampini a fiocco piccolo.
  5. Torta margherita gia’ ripiena di marmellata e pronta per essere decorata (base della decorazione).
  6. Torta piccola Margherita al cioccolato (usata come base della coccinella grande) semisferica
  7. Muffins x 2 al cioccolato e vari muffins aggiuntivi (circa 10)
  8. Marmellata di fragole o ciliegie
  9. Perlina alimentare silver o gialla
  10. Strumenti vari da cucina

 

Fase 1 – preparazione dell’erba

Questa fase è la più faticosa. Siccome siamo all’inizio del tragitto avrete forze a sufficienza, quindi usatele. Prendete mezzo panetto di colore bianco, e mezzo di colore blu. Uniteli e iniziate a ruotare i due elementi fino a fonderli insieme. La rotazione continua scalderà i panetti e vi consentirà di iniziare a mescolarli. Il colore diviene azzurrino ma a noi occorre un verde. Prendete quindi il colorante alimentare giallo e immergetelo nel centro del vostro tornio manuale di panetti. Continuate a forzare la mano torcendoli un centinaio di volte. Alla fine correggendo di colorante e maneggiando la pasta di zucchero dovremmo ottenere una palla verdastra.

Ponete ora sul banco da lavoro un tappeto di zucchero a velo. Useremo spesso questo ingrediente come base della pasta di zucchero, per non farla attaccare al tavolo. E’ esattamente l’equivalente della farina quando impastate una pizza. Nel caso dei dolci evitiamo la farina e mettiamo zucchero a velo.

Ora ponete in mezzo il vostro pallone verde e con un mattarello lungo iniziate a stenderlo fino ad ottenere una massa piatta delle dimensioni sufficienti a coprire l’intera torta margherita. Considerate che i bordi sono alti e quindi non basta la circonferenza esatta della torta, deve ricoprirla anche in altezza.

Considerate inoltre lo spessore. Una pasta verde troppo fine mostrerà i colori della torta riducendo l’effetto visivo del prato verde. Mantenete quindi se vi riesce uno spessore di 2mm per tutta la pasta.

Anche se di colore e forma differenti, lo spessore dovrebbe risultare come segue:

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Fase 2 – caliamo il prato sulla torta margherita

Ora spalmate la torta di marmellata per avere un dolce collante con la pasta di zucchero. Se abbiamo messo sufficiente zucchero a velo il nostro tappeto verde si solleverà facilmente. Ad ogni modo sollevatelo con delicatezza e adagiatelo sulla torta, coprendola per intero. Ora usando le mani adagiate la pasta sopra alla torta. E’ utile se l’avete, una spatola per lisciare la superficie. Delicatamente coprite anche i bordi eliminando le grinze dell’angolo. La pasta di zucchero dovrebbe essere sufficientemente malleabile da adattarsi alla torta senza troppi problemi.

Infine con un taglierino a rotella o un coltello eliminate il residuo dalla circonferenza della torta, e mettetelo da parte per usi futuri.

Il risultato dovrebbe essere il seguente.

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Fase 3 – Decoriamo il bordo del prato verde

Per decorare il bordo del prato verde cercate un colore a vostra scelta tra i panetti di pasta di zucchero e stendetelo in modo da creare un grosso “cetriolo”. Ritagliate attraverso lo stampino bordi di cake design e il coltello, 3 striscie di bordo torta. Nella foto sono visibili in rosa. Ci sono vari motivi nei negozi. L’unico appunto è cercare di essere precisi quando si taglia un bordino. Il taglio troppo vicino rompe la striscia, mentre troppo lontano potrebbe risultare poco preciso e fare onde inutili.

Ora mettiamo in una tazzina una goccia di acqua e dello zucchero a velo. Mischiamo bene e creiamo cosi la “ghiaccia”. Questo collante commestibile improvvisato, serve in tutte le occasioni in cui unire due stampini risulta necessario. Prendiamo un pennello da cucina, adagiamo molto delicatamente le striscie in prossimità della torta e spennelliamole con la ghiaccia. Infine incolliamole alla torta. Se mancherà un segmento per chiudere il cerchio create un pezzetto di bordo in più.

Fase 4 – Creazione della base della coccinella

Stendiamo come precedentemente la pasta di zucchero rossa, creando delle basi non troppo fini che saranno adagiate sulle torte e sui muffins.Prima di usare le basi prendiamo gli stampini rotondi e facciamo 6 cerchi, che saranno le guancette rosse delle coccinelle. Ovvio che i cerchi vanno fatti sulla zona perimetrale, altrimenti dovrete redistendere la pasta di zucchero.

Ora prendiamo i 2 muffins, tagliamo al base e teniamo la parte semisferica sopra. Ecco le coccinelle più piccole.

Prendiamo ora la Torta margherita al cioccolato. Per crearla sarebbe utile uno stampo sferico quanto basta. In ogni occasione però la realtà ci costringerà a smussarla per farla diventare delle dimensioni corrette. La coccinella in centro è un pò più grande. Niente panico se si sbriciola. Con della marmellata di fragole assembliamo la cupola di questa coccinella, e con il coltello smussiamo le parti in eccesso. In questa case potreste aver un crollo morale… Guardate pure il piatto quanti scarti. E’ tutto ok e non manca molto. Almeno questo è quello che mi invento di dire ai disperati… 🙂

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Bene, portiamo tutto sul piano di lavoro e con la delicatezza di prima, spalmiamo di marmellata le tortine e adagiamo la pasta di zucchero stesa di colore rosso sopra alla torta. Dovrebbe essere un processo abbastanza agevole.

Ripetiamo l’operazione per i Muffins.

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Una volta ottenuti i 3 panetti rossi prendiamo un filo per arrosto, e solchiamo le 3 semisfere in modo centrale senza tagliare la pasta. Questo filo darà l’impressione che la coccinella abbia le ali chiuse, ma separate.

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Fase 5 – decorazione delle coccinelle

Stendiamo la pasta di zucchero nera, e con gli stampini a cerchio facciamo un bel pò di cerchi. Li adageremo in una scatola con carta forno per un rapido accesso dopo. Con il nero avanzato facciamo le teste delle 3 coccinelle, premunendoci di crearle nelle giuste proporzioni al corpo.

Stendiamo la bianca e facciamo gli occhi, sempre alla stessa maniera.

Riprendiamo la ghiaccia e incolliamo i pallini neri appena fatti sul dorso della coccinella, a distanza pari tra ogni pallino. Creiamo allo stesso modo degli occhi buffi, come in foto.

Prendiamo uno stuzzicadenti e infilziamo sul davanti la testa della coccinella di zuccero, identificando prima la linea di mezzo sul dorso. Incolliamo ora con la ghiaccia occhi e guance.

Stendiamo un pò di pasta rosa e azzurra e creiamo con degli stampini i fiocchetti e le bocche, ed infine applichiamoli come prima sulle facce delle coccinelle. Le antenne sono degli stuzzicadenti ricoperti colorante alimentare nero in gel, e con in cima delle palline facilmente ottenibili. In assenza cercate di rivestirle con la pasta di zucchero nera.

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Fase 6 – creazione delle mini coccinelle per i muffins

Anche in questo caso stendiamo pasta rossa e nera. E’ utile un livello di spessore inferiore a prima per le coccinelle da muffins.

Stampiamo la base in nero, poi la base in rosso e ritagliamo le ali come in foto. Infine creiamo a mano le palline da applicare sulle ali e uniamo il tutto con la solita ghiaccia.

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Stendiamo il verde e produciamo delle foglie allo stesso numero dei muffins. Infine applichiamo una coccinella sopra ogni foglia e ogni foglia sopra ad un muffin. Il risultato finale è di sicuro effetto…

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Fase 7 – completamento della torta

Ora non ci resta che tornare alla nostra torta. Stendiamo una base rosa e con le formine ritagliamo dei fiorellini di vario genere. Se ne avete la disponibilità in mezzo ad ogni fiorellino va messa una perlina alimentare, silver o gialla.

Creiamo infine con un colore a scelta il nome della persona festeggiata. Speriamo solo che non si chiami Vercingetorige!

Assembliamo la torta in tutte le sue parti. Per prima cosa, anche con l’ausilio di ghiaccia, fissiamo la composizione delle coccinelle. Infine decoriamo sempre con la ghiaccia il prato, inserendo in ordine il nome ed i fiorellini.

Ed ecco fatto!

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Conclusioni

A prescindere dalla bontà intrinseca della torta state certi che il festeggiato o la festeggiata ameranno la composizione creata in onore del loro compleanno. Il destino delle coccinelle solitamente è quello di fare bella mostra per poi essere spostate, mentre si taglia la torta vera e propria. Nel nostro caso ogni componente è perfettamente commestibile, e chi non gradisce la pasta di zucchero potrà rimoverla facilmente e dedicarsi alla torta. Diversamente potrà sbriciolare come Attila ogni cosa, coccinelle comprese, ed evitando eventuali stuzzicadenti mangerà una mimosa al cioccolato e fragole.

Tanti auguri al festeggiato!

_Lord Hol Napult_

 

TassazioneItaliana2016Buonasera lettori.

A lungo ho cercato per siti e forum le risposte al quesito che cercheremo di chiarire stasera. Finalmente ho ottenuto tutte le risposte che volevo basandomi sulla personale esperienza di un amico. Troppa teoria e formule astruse mi stancano e, probabilmente, stancano chiunque; cercherò quindi di fare un sintetico e preciso punto della situazione.

La domanda che si vuole risolvere è: quanto rende un investimento sicuro oggi attraverso linee vincolate a tasso garantito?

Nessuno di noi è nato manager e azionista, investitore incallito, o giocatore d’azzardo tra indici e tabelloni di Wall Street. Una buona parte delle persone ha compreso che il vero guadagno passa sia dagli interessi maturati, sia da una gestione a rischio bassissimo che ovviamente non impegna e non stressa, lasciandoci maggiormente liberi di gestire al meglio la nostra umile esistenza…

Attualmente il sistema di conti correnti non rende proprio nulla, e se consideriamo il canone mensile erode silenziosamente il nostro capitale senza offrire vere opportunità di risparmio.

Ci sono però soluzioni online che offrono la possibilità di spostare il denaro su un “deposito di risparmio” e quindi di vincolarlo per 3, 6, 12 o 18 mesi, ottenendo di fatto un introito garantito a fine vincolo.

L’esempio che mostro sarà quindi un prototipo di investimento standard:

  • Investimento a linea vincolata della durata pari ad 1 anno
  • Valore pari a 10.000€ (per semplificare i calcoli)

Partiamo dal frontespizio che è la percentuale “sbandierata” sulle homepage dalle varie banche:

  • 1,20% di interessi per 1 anno

Inizio dell’investimento:

Ora poniamo i nostri 10.000€ all’interno del conto deposito e vincoliamoli per 1 anno a questo interesse. Un secondo dopo che l’azione è stata fatta si innescano delle conseguenze fiscali che riepilogo, aggiornate al 2016 dalla Repubblica Italiana:

  1. Imposta del 26% sull’interesse maturato (ovvero i soldi che ricevete in più a fine anno) e minimo di 1€.
  2. Imposta dello 0,20% sull’intera cifra investita (ovvero i 10.000€).
  3. Varie ed eventuali.

 

Introiti:

Ipotizziamo che l’anno sia trascorso ed e’ tempo di ritirare i soldi vincolati, e quindi il mio investimento da 10.000€ ad un tasso di 1,20% dopo un anno produce un ritorno di 120€ lordi.

 

Calcolo delle Uscite

1) Imposta sull’interesse:

Prendiamo i nostri 120€ e calcoliamo la trattenuta del 26%: -31,20€

Il nostro guadagno inizia a decrementare da 120€ a 88,80€.

2) Imposta di bollo

Questa imposta si applica durante l’anno. E’ ragionevole associarla alla linea vincolata in quanto non ci sarebbe se non avessimo vincolato i soldi. Nella magistrale arte di confondere la gente è una imposta che si applica a tutto il capitale investito. Nel nostro caso ce ne freghiamo, ed estraiamo solo la parte che grava sui nostri 10000€ di investimento.

Quindi calcoliamo lo 0,20% di 10.000€: sono in realtà -20€

I 120€ iniziali, poi divenuti 88,80€, calano ora a 68,80€ a causa dell’imposta di bollo.

Aggiungo considerazione molto importante: l’imposta di bollo si applica ogni 3 mesi per quattro rate all’anno, a prescindere da qualsiasi vostro introito. Graverà nel conto corrente ma sarà legata all’investimento. Questo significa che quando scade la linea vincolata avrete già pagato 4 rate da 5 euro ciascuna, per arrivare ai 20 euro totali di imposta.

Attenzione: come accennato, se anche la vostra linea vincolata non produce alcun reddito (magari per un annullamento dovuto a necessità di denaro) questa imposta viene applicata. “Chi ha dato ha dato…cùmpà!”.

Questo è un punto importante in quanto voi risparmiatori pensavate di guadagnarci in ogni caso, oppure di non perdere nulla nel caso che la linea fosse annullata. Non è così! (*ndB – questa evenienza non è stata verificata, e mai cercherò di verificarla, ma sono oltremodo sicuro che l’imposta non faccia sconto alcuno se annullate il vincolo).

Il vostro investimento a rischio zero quindi non è a rischio zero. Le linee vincolate anche se dal lato bancario non vi costeranno nulla, sul lato “Repubblica Italiana” avranno generato un debito dovuto all’imposta.

Varie ed eventuali:

Come imposte abbiamo finito. Vanno inoltre decurtati dall’interesse eventuali spese per vincolare il denaro o svincolarlo, o movimentarlo dal conto corrente al conto deposito, o vice versa. Queste spese le tralascio in quanto se avete una buona banca online dovrebbe essere tutto gratuito. Diversamente sono da considerare nel calcolo della gestione. Io considero il conto corrente come inizio e fine della transazione, per praticità.

 

Calcoliamo infine il totale:

Ho vincolato 10.000€ per un anno all’interesse di 1,20% e maturato un lordo di 120€.

Ho pagato imposte dirette e indirette ovvero: -51,20€.

Dopo le varie imposte mi resta un interesse netto di: 68,80€.

 

Se ci guardate bene è quasi la metà!

In sostanza, quanto risulta essere un interesse lordo dell’ 1,20% ?
Secondo i miei calcoli è 0,688%
(che nell’esempio da 10.000€ e facilmente visibile anche dall’interesse netto: 68,80€).

 

Considerazioni italiane:

Non esiste un investimento a guadagno garantito e rischio zero. Lo stato italiano agisce con due strategie di imposta per estrarre elegantemente soldi al piccolo risparmiatore. Le banche dal canto loro sono 10 anni che non offrono conti correnti con un interesse utile (a meno di considerare 0,00001% un interesse). Anche vincolare in modo sicuro del denaro significa rischiare quanto meno l’imposta di bollo se l’affare non arriva in porto. Tenere infine i soldi sul conto corrente genera una imposta di bollo del conto corrente, parallela alle imposte del deposito (32 euro annui per soglie superiodi a 5,000€).

Come si può uscirne da un sistema del genere se non malconci?

Non posso comunque esimermi dal completare questa analisi grezza e semplicistica, ricordando che c’è un’ultima imposta da onorare: l’IVA.
Quindi, dei vostri 68,80€ pagherete nel 2016 in Italia un’Iva del 22%. Il commerciante che vi venderà un oggetto dovrà considerare che il prezzo del bene andrà aumentato almeno del 22% prima di generare un utile.

Se si pensa che vengono messi a disposizione del “sistema economico” 10.000€, per riceverne pochi di più dopo un anno, lascia rattristati e perplessi. L’alternativa azionaria prevede di avere rischi elevatissimi e richiede un vostro coinvolgimento mentale decisamente alto… chi lavora quotidianamente non può nemmeno permettersi di seguire le azioni e se può lo fa dal posto di lavoro…

Vi sono infine altri investimenti costosi e poco sicuri, oltre che posizionati in modo strampalato in un mercato che di trasparente non ha ancora nulla.

Mi auguro di aver chiarito tutto. Avrei preferito trovare l’analisi qui presente quando cercavo di capire anche io la faccenda dei piccoli risparmi. Concludo allegando delle schede di utilità che mostrano le previsioni degli investimenti a linee vincolate annuali e varie percentuali di interesse.

Buona analisi e in bocca al lupo, qualsiasi budget abbiate!

 

interesse0v75 interesse1v00 interesse1v20 interesse1v75 interesse2v00

PS: tutti i valori ed gli esempi sono a titolo dimostrativo; potrebbero contenere errori non voluti o imprecisioni, o essere soggetti a modifiche esterne delle regole che ne invalidano la reale utilità.

 

_Lord Hol Napult_

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Buongiorno giovani sopravvissuti al mondo, buongiorno residui bellici di una modernità farlocca ma intrigante, buongiorno giovani dal gusto caliente ma moderato, amanti del fast food e dei sapori decisi. Oggi presenteremo un prodotto giovanile quanto pratico da cucinare e gustoso quanto basta per dirsi sazi e vivacemente felici!

 

Ladies and Gentlemen…

la KebabPiada!

 

Precipitiamoci come falchi in picchiata verso gli ingredienti principali. Pochi a dire il vero ma questo è uno dei motivi che vi spingerà a provarla. Il secondo motivo è che le carni sono bianche e salutari, niente di comparabile alle oleose e putride poltiglie di cibo spazzatura che ingurgitate nelle ombre prima di fare i salutisti da salotto. Dovete infatti tenere conto che questo piatto se la cava egregiamente nei confronti di altri fast food per via di carni bianche e farine di grano duro.

Ebbene vi occorre:

  • Carne bianca Kebab di pollo, oramai acquistabile al supermercato e gia’ pronta per l’uso.
  • Un po’ di olio extravergine.
  • 2 piadine romagnole.
  • Del formaggio morbido e saporito, ovvero Asiago.
  • Salsa tartara.

Tempo: 15/20 minuti.

Da bere potrete associare vini di qualità o coca-cola. Chi se ne frega, chi se ne importa? A voi la scelta…

Fase uno

Con due padelle in contemporanea iniziate a cuocere la carne Kebab con un po’ di olio, in modo da scottarla ed abbrustolirla sugli angoli. Nell’altra padella invece scottate le piadine su entrambe i lati a fuoco più basso. In base alla fiamma questa fase durerà dai 10 ai 15 minuti.

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Fase due

Quando ritenete che la carne sia quasi pronta, tagliate 2 striscie di Asiago e iniziate a scioglierle sull”interno delle piadine. Ci vorranno circa un paio di minuti.

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Fase tre

E’ finita ragazzi… mettete i piatti accanto alle padelle e adagiate usando strumenti da cucina le piadine calde. Se avete la necessità di portarvelo via mettete prima della carta da forno sotto alla piadina. Prendete poi la carne riscaldata e versate in centro alla piadina metà porzione. Cercate di fare una riga che segua le fette di formaggio.

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…mmm, non come in foto…

Fase quattro

E’ tempo del cucchiaino di salsa tartara in mezzo alla carne, adagiando almeno tre cucchiaini. Ora prendete i lati della piadina, che dovrebbero essere più morbidi di quando sono entrati in padella, e sovrapponeteli facendo un rotolo. Se volete fissate il tutto con apposito stuzzicadenti di classe!

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Fase cinque

Mangiare assaporando la strana linea illusoria che unisce i bolognesi con i pachistani in e il supermercato di fiducia. Ok, è veramente una strana linea illusoria… evitate di metterla a fuoco se possibile, e passate pure al buonissimo take and go che avete realizzato!

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Fast food in 5 step velocissimi!  Buon appetito!

_Lord Hol Napult_

Purification

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La sera scende, silenziosa e fredda, su tutte le cose dell’universo.
Scende sulle lagune di rane e cicale, lontano dai centri, nelle terre paludose. Scende nelle vallate innevate, tra antichi pineti dove si ode spesso un rombo greve, costante e lontano, forse generato da riverberi di un masso caduto tempo prima, tra rocce e dirupi. Quando scende la sera tutto si appiattisce ad uno stato mite, si sposta dalla vita, si fonde con la morte. Essa scende. Scende nel riflesso di una goccia d’acqua caduta da una fontana in una metropoli turistica, fermando in quell’istante migliaia di riflessi bluastri e celesti, proiettati su strade, vetrine, persone, e nella goccia stessa.

Quando scende la sera il mondo si ferma. Forse tenta di riflettere sull’operato del giorno, durante la calda vita pulsante dell’esistenza. Forse la sera esiste per farci capire che l’esistenza stessa ha bisogno di chiudere un ciclo prima di aprirne un’altro. Una semplice e logica alternanza utile a definire il tempo, creando di fatto un passato, un presente e un futuro.

Tutto procede con “scatti armonici”: luce e vita, buio e morte.

Noi attraversiamo tutto questo, incuranti o vagamente coscienti, e nonostante tutto…attraversiamo. E’ come procedere su una passerella sospesa su un alto dirupo che con nostro stupore non avremmo mai attraversato se davvero ci fossimo resi conto di quanto è in alto, di quanto è rischioso…

La luce del giorno ha l’effetto inebriante di conferire forza e volontà, o per certi versi pazzia. Apriamo gli occhi e iniziamo a reagire abbagliati dalla luce. Osserviamo e schiviamo ostacoli, sistemiamo oggetti, cacciamo quanto basta per esistere. Una corsa sotto certi aspetti che non ha limiti di spazio, ma ha forti limiti di tempo, presto sarà sera e quindi bisogna sbrigarsi! Poveri coloro che nella luce non raggiungono lo scopo prefissato. Poveri coloro che nella luce corrono quasi accecati, sia perchè non raggiungeranno alcuno scopo, sia perchè rimarranno accecati per tutto il tempo.

Le leggi del mondo si impongono al contempo in modo banale e spietato. Fai tutto quello che devi fare ma fallo entro l’arrivo della sera, perchè quando questa arriverà dovrai sospendere ogni cosa e dovrai fermarti, per forza, e volgere alla quiete.

E la sera scende, silenziosa e fredda, su tutte le cose dell’universo.

Quando giunge le paludi si assopiscono, e le montagne innevate si congelano rallentando i rigagnoli. Nelle città le persone si disperdono dalle vie ed ognuna volge verso un rifugio con tutto quello che ha ottenuto durante la giornata.

La sera ci purifica. Essa costringe l’anima umana a confrontarsi con sé stessa in una fase di introspezione intensa e talvolta violenta. Non c’è alternativa a questo. In questa fase potremmo essere eroi di grandi successi compiuti nella luce del giorno trascorso, oppure solo puerili esseri repressi; sviluppiamo costretti la coscienza di ciò che siamo, osservando il nostro passato, gli oggetti del presente ed infine proiettando noi stessi in una simulazione di futuro, così come lo vorremmo nella nostra immaginazione.

Non c’è nulla che sfugge al nostro sguardo introspettivo durante la sera. Tutto ciò di cui siamo stati capaci ci sosterrà o nei casi negativi ci perseguiterà. Difficile scappare dalla propria coscienza e formulare strutture mentali preservanti, che alterano la percezione delle nostre brutte azioni fino a renderle accettabili. Impossibile spingere nel subconscio tutto quello che in questo universo ci assilla. Se c’è un legame tra la purificazione dell’essenza di un essere e l’avvicinarsi della sera, sicuramente è in questo momento che avviene, in una stanza dai riflessi bluastri e celesti... La sera è la nostra unica speranza di comprendere l’universo. Sia che conferisca tormento o quiete dobbiamo accettarla come un dono ancestrale alla miserabile esistenza che la razza umana conduce in questo spazio ed in questo tempo.

La sera è l’universo stesso. La nostra unica occasione di purificazione.
Semplicemente… non sprechiamola mai.

_Lord Hol Napult_

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